capitolo 9 Oktoberfest

Grazie alle auto aumentò il raggio d’azione del gruppo e cominciammo a permetterci anche escursioni invernali, per un periodo andammo a Monaco per l’Oktoberfest.
Tempo libero n. 3
Oktoberfest
Grazie alle auto aumentò il raggio d’azione del gruppo e cominciammo a permetterci anche escursioni invernali, per un periodo andammo a Monaco per l’Oktoberfest.

Si partiva di venerdì, dormivamo in tende accampate casualmente.
Stavamo via un paio di notti. Lo scopo non era ubriacarci, ma godere della confusione di quella festa assurda.
Si entrava nei capannoni alle cinque di pomeriggio e si usciva alle dieci di sera, più vecchi di una settimana.
Anche Ivano e Bigi partecipavano a queste escursioni, tutti tornavamo alla follia e alla spensieratezza; agivamo senza schemi e alla ricerca dell’eccesso.
Ivano si ritrovava nel suo terreno e poteva esibire il suo personaggio bohémien.
Con noi anche Dario, prima che diventasse Perotto, spia russa della stazione di Monte Calvo, nello spettacolo che stavamo preparando.
Di origini svizzere, lo chiamavamo l’italiano dai quattro cantoni.
Confidavamo nel suo ottimo tedesco per poter abbordare le ragazze, ma usammo le sue doti linguistiche in un’unica occasione. Incontrammo quattro belle ragazze, rigorosamente bionde. Con la scusa di farsi fare una foto (i selfie all’epoca li facevamo con le reflex) le fermammo e a gesti riuscimmo a intenderci.
«Dario, ringraziale dai che facciamo bella figura», volevamo stupirle, mettendole a loro agio, eravamo certi che sarebbero rimaste con noi.
Dario si avvicinò loro e disse «Grazie». Le ragazze non capirono e se ne andarono.
Anche Dario scappò inseguito da tutti noi.
Una volta arrivai a Monaco con la mia Dyane e trovai da parcheggiare in un angolo libero. Dopo un paio di ore, ripassando in zona, scoprii un biglietto giallo sul parabrezza, lo presi e lo misi in tasca.
Quando chiesi a Dario di leggerlo, lui mi disse di non preoccuparmi.
La Dyane venne portata via.
Superato l’impulso di strozzarlo, chiesi chiarimenti e lui mi suggerì di cercare un poliziotto.
Cominciai a guardarmi in giro fino a che mi indicò un poliziotto sulla moto.
I poliziotti nostrani in moto giravano con la Moto Guzzi, sacche di pelle nera attaccate dietro, un caschetto bianco in testa e, d’estate, la divisa a maniche corte azzurra con i pantaloni con la riga rossa.
Cercavo qualcosa del genere, e invece i poliziotti tedeschi guidavano BMW verdi e bianche carenate da strada, in divisa verde e bianca in pelle, guanti verdi e casco verde e bianco integrale, dei veri sboroni.
Mi avvicinai a lui con il foglio in mano, quando il poliziotto mi vide sollevò il casco integrale sopra la testa
«italiano?» domandò, poi rise senza leggere il foglietto giallo che tenevo in mano, e spiegò ridacchiando, a me e a Dario, il quale ogni tanto mi guardava sorridendomi, che la macchina era stata rimossa e portata in un deposito.
Costrinsi Dario a venire con me, ritrovammo la macchina e anche un nutrito gruppo di italiani i quali pregavano dio, ma in vari modi poco ortodossi.
Alle dieci di sera ci ridiedero la Dyane, ma non prima che pagassimo le 200 mila lire di multa. Non avevo con me tutti quei soldi, ma Dario sì.
Una volta tornati a casa ci ritrovammo una sera e si decise di fare una raccolta volontaria di soldi per aiutarmi. Tutti contribuirono, anche Bigi, che contribuì con 100 lire e due bottoni.
Accadevano anche risse davanti ai baracconi dell’Oktoberfest: l’alcool toglie le inibizioni, e anche il buon senso.
Assistemmo a una feroce lite tra due americani, un nero ed un bianco. Il nero aveva steso il bianco a terra e lo stava infarcendo di pugni che sembravano incudini.
Lucio, il più sensibile tra noi, si intromise cercando, con il suo inglese accettabile, di farli ragionare e di separarli.
Entrambi si fermarono un attimo, stupiti, e lo guardarono con grande curiosità.
«Ragazzi, dai venite ad aiutarmi che li separiamo». Può darsi che abbia detto una cosa del genere, ma noi non sentimmo bene le sue parole, perché eravamo già troppo lontani. Lo lasciammo lì, con i suoi nuovi amici, ma poi lo ritrovammo incolume, leggermente deluso e molto arrabbiato. Ci raccontò che un amico del bianco si avvicinò a lui, lo prese per le spalle, lo alzò e lo portò lontano da lì. Quando venne posato a terra, tutte le sue velleità di pacificatore erano scomparse.
In alcuni capannoni suonavano musica tirolese, con gli orchestrali vestiti con i costumi tipici: i primi cinque minuti erano piacevoli, poi dovevi bere qualcosa per sopportarli.
Le birre, solo da litro e in boccali che sembravano di piombo, venivano servite da cameriere in costume tradizionale: vichinghe dalle braccia grosse come le nostre gambe. Le birre costavano, quindi ne comperavi una, poi continuavi a fare brindisi elemosinando dai boccali. 

Noi preferivamo il tendone della Löwenbräu, che era tra i più grandi, per poi passare all’Hyppodrom dove trovavi musica varia, anche se a quel punto non importava più molto la musica.

Si tentavano approcci in qualche modo, anche se era una bolgia infernale. 
Toni abbordò due italiane, ed esordì dicendo:
«avete un po’ di scotch?»
«per farne cosa?» risposero sorridenti le due
«per attaccare discorso!»
Le due ragazze fuggirono, e anch’io, lasciando Toni perso nella mischia.
I bagni maschili erano stati disegnati da Dante in persona dopo aver varcato la porta dell’inferno. Visto la quantità di birra bevuta, è ovvio che la massima produzione riguardasse i liquidi, e tutti i maschi si recavano al pissoir, l’unica parola tedesca compresa da tutti senza difficoltà.
Per permettere alla moltitudine di pisciare senza creare ingorghi, avevano inventato una specie di lunga grondaia inclinata dove svuotare la vescica. Se ti trovavi verso lo scarico della grondaia, sotto di te passava quello che in origine era un rivolo, poi un torrentello ed infine un lago stagnante dal caratteristico aroma.

Qualche simpaticone del nostro gruppo decise di mettere un po’ di allegria nel bagno maschile cantando la canzoncina goliardica “leon, leon, leon, chi non salta è un cojon”. Non che i tedeschi ubriachi capissero la strofa, ma ugualmente e inaspettatamente tutti saltarono con il pistolo in mano, annaffiandosi a vicenda e schizzando di piscio tutto il bagno, ora definitivamente un cesso.
Un trofeo ambito dell’Oktoberfest erano i boccali con il marchio della Löwenbräu.
Dentro ai capannoni, di questi boccali potevi farne ciò che volevi. Toni, dopo il fallito abbordaggio, fu trovato che giocava con un gruppo di tedeschi a lanciare boccali contro una piramide, anch’essa di boccali.

Tentammo più volte di portarne a casa qualcuno per ricordo.
Una volta Lucio uscì con un boccale in mano in mezzo a due giganteschi buttafuori. Pareva quasi avercela fatta quando un fischio lo fermò. Con la faccia di un bambino che ha fatto una marachella, consegnò il malloppo senza protestare, i due giganti gli sorrisero e lo lasciarono andare. Anche Lucio sorrise per un po’: legati alla cintola nascondeva altri due boccali. Ma poi i due buttafuori lo rincorsero fino a fermarlo, e Lucio smise di ridere.
Un anno però successe l’incredibile: dopo l’esperienza dei salti nel pissoir, cercammo dei posti appartati; dietro il capannone della Löwenbräu c’era un angolo in ombra e non frequentato, e mentre eravamo lì a passare il tempo qualcuno notò che c’era un cancelletto aperto, e oltre il cancelletto delle casse con dentro degli scatoloni.
Aperto uno scatolone, scoprimmo che conteneva sei boccali nuovi. Valutammo se prenderli e scappare, ma Fayo ci stupì:
«Ricordatevi che sono tedeschi, loro cercano bicchieri, non scatoloni».
Ci caricammo uno scatolone a testa, eravamo in otto. Passammo davanti ai due gorilla che ci salutarono scambiandoci per lavoratori del capannone, e in una botta sola ci portammo via 48 bicchieri.
Dormivamo in tende nella zona del villaggio olimpico, anche se era proibito.
Ci capitò di venire svegliati dalla polizia che ci piantava la macchina con gli abbaglianti davanti alla tenda e continuava a suonare il clacson.
Così dovevamo uscire, in mutande, prendere la tenda, uno per angolo, e cominciare a camminare, finché la polizia abbassava i fari e ci lasciava appoggiare la tenda e dormire. Una mattina arrivarono i testimoni di Geova e li mandammo dentro da Lucio, perché era il più bravo a parlare inglese. Ci era parsa una buona idea.
Anche l’idea di fare colazione a Marienplatz fu notevole, così, dopo essere stati ore in una bolgia a bere birra, aver camminato per metà della notte in mutande con una tenda in mano, essere stati svegliati da un gruppo di testimoni di Geova che volevano redimerci, ci trovammo a fare colazione sotto il più grande carillon a campane della Germania, il quale iniziò il concerto non appena ci sedemmo.
Nei capannoni, a fare più casino erano gli italiani e gli spagnoli, come sempre.
I tedeschi maschi si limitavano a bere birra fino a crollare. Alcuni indossavano un cappello che reggeva due boccali uniti da una cannuccia dalla quale bevevano, a fianco dei boccali un paio di mani di gommapiuma collegate con un cordino. Ti guardavano confusi e seri, tiravano il cordino al massimo dell’euforia sbattendo le due manine e succhiavano birra fino allo svenimento. Anche le ragazze bevevano fino ad addormentarsi sopra i tavoli e fino a perdere ogni inibizione.
Uno dei divertimenti preferiti di Fayo consisteva nel colpire con forza i berretti a visiera degli uomini della security per farli volare in mezzo alla gente. Questo senza farsi scorgere, ovviamente. La security agiva per controllare gli eccessi. Se qualcuno innescava un tentativo di rissa la security spuntava dal nulla ed in poco tempo sedava la rissa e anche i rissosi. Capitava spesso di vedere che portavano fuori, da qualche parte, i più agitati. Cosa ne facessero poi rimane un mistero ancora da svelare. Colpire i cappelli di questi armigeri era veramente un gesto di coraggio, le loro divise avevano una sola S, ma era sufficiente.
Capitava che l’eccesso di birra facesse sparire i freni inibitori. Ad una bella ragazza successe, e prese di mira un bel ragazzo siciliano seduto a un tavolo. Lei continuava ad avvicinarsi a lui, continuava a baciarlo e a mordicchiargli le labbra, a volte leccandole.
«Non faccio niente, non la tocco, non la guardo, io non c’entro» continuava a ripetere il ragazzo siciliano. Lo diceva rivolgendosi al grande fidanzato tedesco che tratteneva per un braccio la ragazza ubriaca, e guardava con sguardo assassino misto a sconcerto tutto il piccolo pubblico che si era fermato ad assistere la scena. A scanso di equivoci, il ragazzo siciliano aveva le mani sollevate in aria e lo sguardo terrorizzato.
Uno di noi una volta tentò un abbordaggio che quasi riuscì. Vide una ragazza ballare da sola, e ballando e scherzando riuscì ad avvicinarsi e a scambiare due parole. Poi un braccio, che pareva un tronco di pino, si pose tra lui e la ragazza. Attaccato al braccio c’era il fratello maggiore di Attila, con un giubbetto in pelle nero senza maniche e aperto sul petto. Questo chiaro messaggio bastò a interrompere le effusioni e anche a provocare una paralisi dell’apparato riproduttivo. A sera, quando uscimmo dai capannoni, la ragazza passò assieme a un gruppo, tra cui il fratello di Attila. Il nostro amico la salutò inviandole un bacio svolazzante. Con sorpresa lei lasciò il gruppo, andò da lui e lo baciò. Poi tornò dal suo amicone tedesco lasciandoci tutti sbalorditi. Il tedesco afferrò la ragazza per un braccio, noi afferrammo il nostro amico e, con la rapidità suggerita dalla situazione, interrompemmo l’idillio, e anche il rischio di qualcos’altro.
E intanto, a nostra insaputa, il tempo passava e ordiva alle nostre spalle un destino che avrebbe coinvolto ognuno di noi costringendoci nei ruoli sociali che incautamente ci stavamo preparando.
Iniziavano gli amori, gli impegni lavorativi, le normali vicende quotidiane. Incuranti di questo, ma vagamente consapevoli di un cambiamento che si approssimava, avviammo un nuovo progetto.