capitolo 8 ‘Na Sgresenda nel Cuor.

Poi arrivò la seconda capra, di nome Frank. Non era femmina, ma maschio, e di professione regista. Nel 1946 Frank Capra diresse It’s a Wonderful Life, La vita è meravigliosa. Vi si narrano le vicende di un angelo di seconda classe, Clarence, che per conquistare le ali deve salvare un’anima perduta.
Teatro n. 3 
 
‘Na Sgresenda Nel Cuor
 
 
Poi arrivò la seconda capra, di nome Frank.
Non era femmina, ma maschio, e di professione regista.
Nel 1946 Frank Capra diresse It’s a Wonderful Life, La vita è meravigliosa.
Vi si narrano le vicende di un angelo di seconda classe, Clarence, che per conquistare le ali deve salvare un’anima perduta.

 

Il nostro angelo si chiamava Celestino Daddio e aveva due aiutanti: i menestrelli del tempo Crono e Metro. L’anima perduta, e perduta parecchio, era Leopoldo Scortegagna.

Fayo e Gnagno, erano tornati dalla naja, ma Ivano continuava ancora a coltivare le sue pianticelle, e Bigi a saltare. Al ritorno però non erano più interessati al teatro: Ivano stava scivolando in un mondo criptico di anarchia e chiusura e si stava allontanando da noi e da tutto, Bigi lo seguiva in silenzio.

Ci eravamo costruiti dei ruoli ed ognuno di noi aveva una maschera che indossava quando entrava nel gruppo. Servivano coraggio e carattere per sfilarsi dal personaggio ed essere se stessi.

Il gruppo si era ridotto per normale evolversi della vita, rimanevano i più convinti e appassionati.

Si provava da Loris, in soffitta, quasi ogni sera, senza copione, solo tracce ed idee.
Io ero ancora in servizio di obiezione, quindi mi fu affidato il compito di inventarmi dei monologhi da usare per interpretare Celestino Daddio, ruolo di giunzione tra una scena e l’altra. Nessuna prova assieme fino al debutto.





Leopoldo Scortegagna, perno attorno al quale si creò la serie di eventi, fu affidato a Capo, mentre tutti gli altri continuavano a ruotare, cambiando personaggi.
Tutte le scene si sviluppavano attorno alla trama elementare: costringere Leopoldo alle nozze per permettere all’angelo di ottenere le ali di prima categoria.
Dopo aver svernato nella soffitta di Loris, chiedemmo di poter usare il Lux anche se chiuso.Ci diedero una chiave, entrammo da una porta laterale: fu come tornare a casa.

In un angolo, con alcuni pannelli bianchi, ricavammo un luogo raccolto illuminato da un faro al neon procurato da Fayo, che quando disse: «è antiscoppio, così non ci succede niente» ci fece preoccupare tutti.

In mezzo, una cassa da spedizioni dipinta di nero, alle pareti manifesti vari. Come sedute, delle panche. In quell’angolo si discuteva, si parlava, si mangiava e si beveva, poi si saliva a provare sul palco alla luce di un paio di fari.

Eravamo da soli nel teatro vuoto e scricchiolante.

Raramente passava Ivano a salutare, ma era disinteressato e non partecipava alla nostra follia creativa, forse perché cominciavamo ad avere degli schemi, a seguire un ritmo ed una logica teatrale contraria al suo spirito folle e visionario.

Sopra il palco allestimmo anche la scena, ignifuga a modo nostro: una struttura in ferro con delle tende, gli oggetti recuperati ovunque, un letto, un comodino, una panchina e altre piccole cose. 




Trovare un manichino fu complicato, ma ci riuscimmo.

Il manichino femminile era indispensabile per la scena in cui Leopoldo entrava da un sarto per cambiare l’abito strappato in una rissa, ma a causa della sua miopia scambiava il manichino per una procace signora.

Il manichino veniva spogliato dal sarto per mostrare i vestiti al suo cliente Ugo La Tocca e Leopoldo si illudeva che la procace signora volesse sedurlo, spogliandosi.

 



Discutemmo a lungo su quanti capi si dovessero sfilare per non scivolare nella volgarità, si crearono due fazioni: nudo integrale oppure mutande e reggiseno. Alla fine non togliemmo più neanche la gonna, qualcuno aveva disegnato un pube osceno al manichino.

 



Una delle scene più divertenti era ambientata da un barbiere vagamente fascista, Gino Forbeseta, il quale apprezzava il suo garzone muto, Elia, assunto per il nome.
Gino lo chiamava continuamente Elia Elia Alalà, minacciando di fargli bere l’olio. «Vogliamo fare i furbi? Vogliamo fare le comiche? Giochiamo a Stanlio e Olio?»

Queste erano alcune delle battute, e funzionavano.

La scena era giocata al ritmo di musiche generate dalla radio, ritmo che condizionava i movimenti degli attori. Con garbo, i due facevano accomodare Leopoldo sulla poltrona e gli legavano al collo il telo rosso da barbiere.

A tempo del Sirtaki di Zorba, il povero Leopoldo veniva schiumato in modo sempre più frenetico, poi, al ritmo dell’Estate delle Quattro Stagioni di Vivaldi, Gineto Forbeseta e il suo aiutante Elia venivano posseduti da rasoio e forbici e mentre tentavano di avventarsi su Leopoldo questi scattava in piedi spegnendo la radio.
«E adesso calmiamoci con una musica rilassante» diceva Leopoldo, sintonizzando la radio su una stazione di musica tranquilla.
Purtroppo per lui il dj cambiava di colpo genere proponendo El gato montes, eccellente e veloce paso doble da corrida spagnola: Leopoldo balzava in piedi con il telo rosso in mano mentre Gineto Forbeseta diventava il toro ed Elia saltava sopra la sedia da barbiere incitando alla corrida.
Alla fine Gineto toro stramazzava al suolo ed Elia, repentinamente dotato di parola, esclamava «matalo, matalo».
Leopoldo chiudeva allora con un «mato sì, mati tutti e due!» uscendo quindi tra fragorosi applausi.

 




Nelle altre scene si incontravano vari personaggi: l’ubriacone Toni Potrella che girava le osterie alla ricerca di sua moglie; l’investigatore Verza con l’allampanato Pisello, dall’impermeabile stile Humphrey Bogart in Casablanca; oppure un demoralizzato barista che proponeva improbabili cocktail, per ritrovarsi a vendere solo ombre.

 



L’esordio si tenne nel cortile del consorzio.
Estate, un palco e le sedie di fronte, tante sedie, sedie con il telaio in ferro e la tela, affittate da una Pro Loco. Iniziammo lo spettacolo.






Ma arrivati a un certo punto, durante la recita, cominciammo a vedere gente che si schiantava per terra. Non capivamo bene perché, finché non crollò uno in prima fila e capimmo: le sedie in tela erano rimaste piegate per molto tempo, e alcune si erano rovinate e si strappavano nella piega, facendo rovinare a terra chi c’era seduto sopra.
Verso il fondo poi ci fu un po’ di scompiglio, una donna incinta aveva rotto le acque; si alzò insieme ad alcuni amici e andarono via insieme ridendo come matti.

Alla fine anche gli altri spettatori uscirono ridendo, ma senza partorire.

Lo spettacolo andò bene, molto più di quanto sperassimo.

Iniziarono a chiamarci in giro, arrivarono anche articoli e recensioni: “Parlare di pienone per questo primo appuntamento della rassegna Fuori Porta starebbe all’effettiva presenza di pubblico come la definizione di acquazzone al Diluvio”, nello stesso articolo il critico Jacopo Bulgarini d’Elci si dimostrò molto arguto scrivendo: “chi conosce i Monthy Python, mitico gruppo inglese, troverà nei Nostri uno stile non dissimile”.

 
Alcuni critici osservarono una regia carente, ma si sbagliavano: la nostra era una regia assente, non avevamo né regista né testi scritti e non potevamo dirlo perché nessuno ci avrebbe creduto. Questo garantiva originalità ai nostri spettacoli, ma un leggero nervosismo agli attori.


Una volta il nostro Comune ci diede un contributo, noi non avevamo richiesto niente e l’arrivo di soldi ci sorprese.

Decidemmo di accettarli e di usarli per finanziare un progetto di Mani Tese.

Spedimmo all’assessorato una busta di ringraziamento con la ricevuta del versamento fatto. Non arrivarono più contributi.

La nostra comicità funzionava, dove andavamo la gente arrivava sempre numerosa.
Ci capitò anche una replica in un istituto per malati mentali, era una giornata di apertura alle famiglie e invitarono noi per animarla: ci sentivamo a casa nostra.
Entrando per montare la scena un simpatico signore ci avvicinò uno alla volta e chiese a tutti dei soldi. Fayo, che arrivò per ultimo, venne informato, e quando il signore gli andò vicino Fayo lo anticipò dicendogli: «scusa, hai un po’ di soldi?» Il tizio rispose «non sono mica matto io!» lasciandoci perplessi.

Da dietro la scena guardavamo il pubblico, scoprendo una donna che cullava una bambola, un signore che fumava una sigaretta al contrario continuando a scottarsi le labbra, un altro che palpeggiava la sua vicina senza che questa reagisse in alcun modo e degli altri che ridevano. Erano i famigliari.
Poi Capo si sedette dal barbiere e la sedia si ruppe. Rimase incastrato e non sapendo come uscirne si mise ad imitare un pilota di formula uno, ingranando marce inesistenti, uscì di scena tra gli applausi, lui e la sedia.
Sul palco il barbiere e l’inserviente rimasero soli.