capitolo 15 Sulla luna c’è un castello

Pur sapendo che i sogni sono finzione e che, come dice Vecchioni, sulla luna c'è un castello che finché lo sogni è bello, poi no, non rinunciammo al tentativo di vivere come desideravamo.

Dopo l’esperienza parigina e i vari festival, tentammo di imboccare la via del successo. Così alcuni di noi, dopo Parigi e prima di Ciapa L’ondaintrapresero un viaggio alla ricerca di una possibilità, alla caccia di un sogno. 

 



Loris, Gnagno, Kate, Fayo, Lucio e Schizzo partirono sul Ford bianco nove posti procurato da Gnagno. No, adesso che ci penso, Kate non partì; disegnò la maglietta per tutti, anche per sé, ma Lucio, il suo Lucio, la convinse, con moderata insistenza, a rimanere a casa. Lei allora non partì, rimase a casa contenta e, senza rancore, bruciò la maglietta di Lucio.

L’entusiasmo di Parigi aveva generato speranze che non si erano mai sopite. Così, un poco alla volta, il progetto di sperimentare un’esistenza girovaga per l’Europa e vivere con il ricavato del proprio talento prese vita.

Fu preparata una scaletta con scene mute della durata complessiva di circa 30 minuti, la chiusura non poteva che essere Alluxinati.

Loris inventò una scenografia portatile e con Fayo costruì dei telai in sei pezzi, assemblabili in moduli da un metro per due, i quali venivano ricoperti di una tela nera e si incastravano tra loro con le stesse cerniere delle porte di casa, posandoli a zig- zag creavano un fondale.
Schizzo non recitava, quindi fece il tecnico audio, con un piccolo stereo portatile.

Lucio e Fayo si occupavano della logistica e della cambusa. Quest’ultima comprendeva circa 25 chilogrammi di pasta, alcuni litri di salsa di pomodoro e del buon vino nostrano, nel caso Kate volesse fare qualche pastasciutta.

No, Kate no, Kate rimase a casa, a bruciare la maglietta di Lucio, si racconta.

Prima tappa Monaco di Baviera, Marienplatz, e nessuna esperienza come busker, ma chissenefrega.
«Se si aspetta sempre di avere l’esperienza va a finire che ci estinguiamo» disse Fayo. «Certe cose si fanno perché c’è una pulsione interiore che ci spinge, opporsi è doloroso» disse Kate. 

No, Kate era a casa, questo probabilmente lo disse Schizzo, che indossava la bella maglietta disegnata da Kate che a volte prestava a Lucio.

A Monaco recitarono e non andò male. Come prima prova raccolsero a cappello 60 marchi. Giusti per una birra di festeggiamento e di buon auspicio.



Ripartirono: direzione Berlino, con alcune tappe lungo il percorso per concedersi qualche giretto turistico.

Eccoli allora a Berlino, Parco Tiengarten, alle spalle della porta di Brandeburgo. Il muro non c’era più, allora i muri si abbattevano, non si costruivano. 



Il pubblico era numeroso, attento e caloroso; tra la gente una simpatica bambina correva scalza, era facile riconoscerla, aveva i capelli a caschetto scuri e un vestitino giallo con delle piccole macchie. Correva in mezzo al pubblico con un sacchettino di tela, felice da impazzire. Al termine dello spettacolo però, nel cappello, trovano poca roba, otto miseri marchi. Un fallimento, una delusione. Eppure il pubblico era contento, rideva e si divertiva. Una voce stridula e sorridente chiama i ragazzi per ringraziarli. Almeno la piccola bambina si ricorderà degli Alluxinati per un pezzo.


Anche loro non l’hanno più dimenticata. Il piccolo mostriciattolo, con candore e innocenza, ma forse anche con subdola e sottile presa per i fondelli, mostrò loro il sacchettino di tela, gonfio di soldi.

Sbigottiti la guardarono prendere cinque marchi, metterli nel cappello e scappare.
Schizzo non aveva visto la borsetta gonfia del loro denaro e ringraziò la bambina. Fu così che alcuni degli spettatori rimasti applaudirono alla scenetta fuoriprogramma di Schizzo urlante che scappava inseguita dai maschi, vestiti questa volta.
Fatta la Germania, la compagnia si diresse verso Copenaghen. Lungo il tragitto lo spettacolo e il metodo di raccolta vennero perfezionati. Gnagno, alla guida, ogni tanto sacramentava al ricordo della simpatica bambina. A Copenaghen venne fatto quello che sarebbe stato l’ultimo spettacolo del viaggio. Nel cappello trovarono poco più di settanta corone danesi: Schizzo gridò di gioia. Nessuno aveva il coraggio di informarla sul cambio corrente e la lasciarono sorridere felice.

Visto che l’arte non rendeva quanto speravano, reagirono alla delusione viaggiando fino a Oslo, in fondo erano solo 600 chilometri. Arrivati a destinazione, nel campeggio che sovrasta la baia dove si trova la città, incontrarono casualmente cinque compaesani. Ci fu una sana e rincuorante serata di baldoria. Schizzo volle offrire una birra ai maschi: scoprì solo allora che un boccale di birra a Oslo costava 150 corone danesi; smise di sorridere e il sogno scivolò dalle mani come la cordicella di un palloncino a elio.

Il giorno dopo, nell’angolo della baia dove palleggiavano tra loro, arrivò un gruppo misto di polacchi.Loris estrasse dal furgone una rete da pallavolo, una delle svariate cose portate perché non si sa mai. Iniziò una sfida all’ultimo set. Erano le 18 e Lucio propose di giocare fino al tramonto per poi andare a scoprire le meraviglie notturne della città, ma non aveva fatto conto che alle 23 il sole brilla ancora, per niente assonnato, nel cielo limpido di Oslo. Altro che vita notturna: erano distrutti e avevano pure perso tutti i set.
Finalmente il giorno cedette alla notte.
Dopo una lunga dormita senza sogni, ripartirono verso Amburgo.
Nel furgone discussero a lungo riguardo l’uso strumentale del corpo femminile, per giungere alla conclusione che era per rivalutare il ruolo delle donne e non per mero turismo sessuale che avevano deciso di visitare il quartiere a luci rosse di St. Pauli. Decisero di entrare nella piccola stradina di Herbertstrasse, valicando i muraglioni di ferro su cui troneggiavano i manifesti pubblicitari di una marca di sigarette con disegnati degli uomini che tentavano di scavalcare il muro. 


Al di là dei muraglioni le grida delle prostitute, come le sirene di Ulisse, invitavano a entrare. “Go Away!” gridavano, così entrarono tutti, compreso Schizzo. La accolsero a secchiate d’acqua. Col tipico candore del turista italiano che finge di non sapere, pensando sempre che una finta ignoranza possa garantire l’accesso a qualsiasi luogo, Schizzo era entrata nel quartiere ignorando i vistosi cartelli che proibivano l’accesso ai minori di 18 anni e alle donne.

Fu così che i bollenti spiriti del gruppo si sopirono, freddati da una doccia imprevista.
Abbandonate le lascive sirene di Amburgo, arrivarono ad Amsterdam; questa volta era il cielo stesso a versare secchiate d’acqua.
Cercarono un campeggio, ma l’unico con posti disponibili era pieno di fricchettoni.
A causa della pioggia era impossibile montare la tenda, così si rifugiarono sotto la tettoia del piccolo bar del campeggio: neanche in Val Padana si vedeva mai una nebbia così densa.
Fu così che scoprirono la Giamaica e tutti i suoi profumi, le sventure andarono letteralmente in fumo. Tra i tavoli girava un tizio con i capelli biondi e ondulati fino alle spalle e barbetta incolta. Era una serata fredda e piovosa, per questo il tizio indossava maglione e giacca a vento; si presentò, poi si alzò traballante e uscì sotto la pioggia in mezzo al fango, in calzoncini corti e infradito, probabilmente aveva un impianto di riscaldamento a zone.
Ci fu un momento in cui il cielo si rasserenò, per fortuna coincise con un momento di lucidità del gruppo, giusto in tempo per montare la tenda.

 

La notte passò veloce, si addormentarono cullati dal tamburellare ritmico della pioggia.
La mattina c’era il sereno, ma scorrevano rivoli d’acqua in tutto il campeggio e la via principale sembrava un affluente dell’Amstel.
Passò davanti a loro una tenda canadese, sembrava una barchetta che galleggiava sopra il rivolo d’acqua della via principale e si lasciava trasportare dalla corrente, sbatacchiando addosso alle persone che, divertite, la sospingevano verso valle. Dopo pochi minuti arrivò il tizio con la barbetta e gli infradito della sera prima, che girava per il campeggio chiedendo a tutti se avessero visto una tenda passare.

 

In Belgio si fermarono a Gand e a Bruges, dove Loris voleva mangiare l’impepata di cozze che trionfava nei vari locali, ma Gnagno temeva effetti collaterali non graditi, e così dirottò sui pancakes, comunque molto apprezzati.
Poi Calais, a nord della Francia, e poi l’attraversamento della Manica, per andare a prendere il fratello di Fayo in ferie a Canterbury.
Il fratello di Fayo era una persona osservante e praticante e coinvolse tutti nella sua crisi pastorale. Decisero quindi di fare tappa all’abbazia trappista di Chimay, dove dal 1850 alcuni bravissimi monaci producono un’ottima birra che agevola molto il dialogo con il divino.



La gustarono in quantità, assieme al loro pane e formaggio. Alla frontiera con la Francia arrivarono allegri e sorridenti, molto allegri e molto sorridenti, tanto che i poliziotti li fermarono, credendo che l’euforia non fosse causata dai frati trappisti, ma dai coltivatori giamaicani. Perquisirono il furgone, interrogarono tutti, controllarono i bagagli e si insospettirono per alcuni strani oggetti che venivano usati nelle scenografie. Alla fine, non avendo trovato quello che cercavano, li fecero partire, ricordando a Gnagno, con una virile manata amichevole, che l’autista non deve bere.

Tornarono a casa dopo tre settimane di tournée, avevano visitato dieci paesi e venti città, recitato tre volte e incassato soldi sufficienti solo per una birra a testa.


Del castello sulla luna nessuno ne parlò più, ma il viaggio, quello sì, fu un successo.