capitolo 14 Ciapa L’onda

Doveva essere il nostro spettacolo più bello, fu l’ultimo. C’è poco da fare, certi film di Hollywood ti entrano dentro e ti rimangono appiccicati, succede anche con certi attori.
Mork e Mindy, con il loro nano nano, lo strano saluto di Mork dalle improbabili origini vulcaniane, erano stati il trampolino da cui si era lanciato Robin Williams, per rimanere poi appeso alla sua cintura. L’attimo fuggente alla fine arrivò, purtroppo diverso da come lo si immaginava. Nessuno avrebbe pensato che Puk, il folletto del Sogno di una notte di mezza estate, anni dopo, sarebbe tornato per trascinare via lo stesso Robin.
 
Ma Robin, il Capitano mio capitano, non avrebbe certo immaginato che il suo grido di inizio delle trasmissioni radio per le truppe americane in Good Morning, Vietnam, anni dopo, sarebbe diventato il grido di inizio di Ciapa L’Onda.
 
 
 
 
Ma noi non eravamo in Vietnam.
 
«Good Morning Gaianigo!!!» disse il nostro Capo nei panni di Ernesto Bosegato, speaker di Radio Aladino. Iniziava così Ciapa L’onda.
 
Che colpa avessero Gaianigo e i suoi abitanti – gaianighesi? – per essere usati come apertura di un nostro spettacolo, non lo sappiamo, ma così iniziava: con Capo che, alla radio, faceva il cronista d’assalto.
 
Va detto che alcuni paesi hanno nomi curiosi o simpatici, e Gaianigo di sicuro è tra questi.
Una volta venne a trovarmi un mio amico, arrivò ridendo, aveva attraversato Grantorto, e poi Grantortino.
 
Mi chiese se sapevo che torto avessero subito, ma era incuriosito anche per il tortino.
Altri due paesi dai nomi innocui sono San Pietro in Gù e Gazzo. Per spaventare la gente raccontavamo che volessero unificarli sotto un unico Comune, Gazzo in Gù. 
Ma per fortuna fino a oggi non è successo.
 
Ciapa L’onda, una sorpresa di matrimonio con un giornalista radiofonico d’assalto che vuole fare il servizio in diretta nella sua nuova rubrica, Sposi on the air, e uno sposo che si trova abbandonato il giorno delle sue nozze.
 
Questi erano i cardini attorno ai quali ruotava la scena. Avevamo pensato in grande: scenografia girevole e modulare appoggiata su carrelli in ferro che ruotavano, porte che si aprivano a scomparsa, balconcini con tende e passaggi segreti.
 
Ora parte di quella scenografia si trova sdraiata dentro una stalla senza più mucche, entrambe, stalla e scenografia, desolate a pensare quello che sono state e non saranno più, entrambe ad attendere il tempo delle ruspe e quello del fuoco.
 
Ciapa L’onda era, fin dal principio, uno spettacolo diverso dai precedenti.
Infatti prima creammo il testo, e anche questo, forse, fu un errore.
 
 
Mettere in gabbia la nostra fantasia, tentare di portare alla razionalità e alla progettazione un gruppo così sregolato, sembrava un passaggio necessario per maturare e crescere come attori. Volevamo avvicinarci al mondo del teatro che avevamo conosciuto e frequentato ma che ancora ci guardava con sospetto, come fossimo dei cugini di campagna.
 
Ma se togli le parrucche ai cugini di campagna li perdi, e ti ritrovi il quartetto cetra, e non è più la stessa musica.
 
L’intreccio era complesso e lungo, ricco di personaggi, con ingressi e uscite continui.
Il prete che doveva officiare il matrimonio era don Guerrino, chiamato don Guorri in onore alla canzone di Bobby McFerrin, Don’t Worry Be Happy, nel cui video, tra l’altro, compare Robin Williams, una dotta citazione, che probabilmente, capivamo solo noi.
Gli altri personaggi erano lo sposo, l’architetto Serafino, il suo testimone orbo chiamato Raiban, il capo cantiere Toni Cazzola, l’organista Elvis.
La sposa però non arrivò al matrimonio e al suo posto arrivò Ernesto Bosegato di Radio Aladino con la rubrica Sposi on the air. L’intreccio si costruiva attorno al tentativo dello sposo mancato di ritrovare la sua sposa con l’aiuto del Bosegato.
 
 
 
L’inseguimento percorreva vari luoghi e incrociava vari personaggi, alberghi a ore dove dormivano solo persone sposate, non tra loro, ma pur sempre sposate, fast food di stazioni di servizio gestiti da camerieri muti, bracconieri che pescavano con le bombe a mano, un eremita di nome Ezechiele che invitava al pentimento frustando gli altri:
«Soffri, soffri, soffri per il tuo dolore, tu soffri e io mi pento!»
Al quale si rispondeva:
«Ma non si potrebbe fare che lei soffre e io mi pento?»
Tra i personaggi c’era anche Tatiana, cameriera tuttofare regalo di nozze. Era una brava attrice, eravamo orgogliosi di essere riusciti a trascinarla nel gruppo. Purtroppo però fuggì in fretta.
 
 
Alcune invenzioni erano geniali, ad esempio la scena di un tentativo di suicidio, impostata in modo da protendersi oltre la ribalta: con una tavola avevamo costruito una passerella a sbalzo verso la platea in modo che con il giusto peso dietro come zavorra, cioè la stazza di Fayo fino a che non dimagriva, si poteva camminarci sopra, sporgendosi verso la sala senza cadere. Rompere, o meglio attraversare, la quarta parete era d’effetto.
Costruimmo lo spettacolo provando dentro al consorzio, tra le pareti nere. Riuscimmo anche a fare la nostra prima prova con pubblico, in prima fila Fede.
In una scena Serafino, lo sposo, chiedeva un coltello a Menelao per suicidarsi.
 
Non avevamo tutti gli accessori, Menelao aveva solo un tagliaunghie. 
Serafino lo guardò, poi lo aprì e disse
«mi darò molti colpi»
 
 
 
Fede rise, rise di gusto. Una delle poche risate della sera.
La macchina scenica che avevamo costruito aveva bisogno di più persone dietro le quinte che in scena. Dovevamo capirlo che qualcosa non andava.
 
La prima venne organizzata nella piazza del Comune. Per l’occasione venne chiusa anche la strada principale, il traffico dirottato su vie parallele. Ormai eravamo consapevoli che il pubblico sarebbe stato numeroso. Infatti la piazza si riempì, davanti al palco una distesa di persone comodamente sedute su sedie diverse e più robuste rispetto allo spettacolo fatto nel consorzio. Questa volta nessuno cadde a terra, ma qualcuno si alzò andandosene prima della fine. Uno spettatore venne dietro le quinte a chiedermi quanto durava ancora lo spettacolo.
 
 
 
Lo spettacolo era lungo, troppo lungo, oltre le due ore.
La trama reggeva, le scene erano comiche, ma era difficile continuare con i cambi di costume, di scena, di ruoli; alla fine eravamo tutti stanchi morti e fradici di sudore.
Il pubblico succhia l’energia degli attori, si nutre delle loro forze. Il nostro pubblico aveva banchettato a lungo.
 
Ci chiamarono per la rassegna della nostra città, al Teatro San Marco.
Accettammo, ma non con Ciapa L’onda, era da sistemare prima di essere messo ancora in scena.
 
Ci fu un errore, o fu confusione, e alla fine ci ritrovammo in rassegna con Ciapa L’Onda senza volerlo.
Non era più possibile correggere le locandine appese ovunque, vennero pubblicati degli articoli di correzione in prossimità della replica, vennero cambiati i manifesti all’ingresso del teatro. Tutti noi, e anche gli organizzatori, cercammo di far capire che non c’era Ciapa L’onda ma una replica di Alluxinati, ma purtroppo all’epoca non c’erano i social, le persone bisognava contattarle direttamente.
 
Non bastò. Il pubblico arrivò numeroso, alla cassa ci furono confusione e rimostranze. Fui chiamato per parlare alla gente. Alcuni andarono via arrabbiati, altri rimasero lo stesso. Replicammo Alluxinati, consapevoli di avere ingannato e deluso parte del nostro pubblico.
Lavorammo ancora a Ciapa L’onda, ma senza convinzione, senza la giusta dose di follia e di creatività che può trasformare un allestimento, donando il picco di energia necessario. 
 
Eravamo stati presi dalla vita reale, il lavoro, la famiglia, i figli, le case: tutto questo ci raggiunse. Era sempre stato lì al nostro fianco, attendeva solo un nostro segno di debolezza, un nostro momento di cedimento.
 
La realtà, appena scorse le crepe nel muro che separava le due stanze di fantasia e realtà, lo fece crollare. Le priorità si mischiarono tra loro; non c’era più lo spazio riservato solo al nostro mondo.
 
Il rito puntuale delle prove veniva infranto da continui e vari imprevisti. La realtà rallentava tutti i nostri movimenti, non più come un gioco imposto da una fantastica manovella, ma come un’ avvolgente gelatina di responsabilità.
 
 
 
Alla fine successe l’irreparabile: un fatto grave, per colpa dello sposo di Ciapa L’onda.
 
Comprendemmo allora che le doti benedette e protettive dei tè alla Medjugorie, che fino ad allora avevano allontanato il maligno, erano finite. Il maligno era tornato, ci aveva messo lo zampino, solleticando l’ugola, spingendo per uscire.
 
Loris era in ritardo nel cambio costumi, io ero da solo in scena, teso, stanco e agitato.
Il ritmo stava calando, avevamo bisogno di uno scatto di reni per portare alla fine lo spettacolo, stavo improvvisando a ruota libera nell’attesa del prete.
 
Forse in testa collegai prete a dio, e dio non va mai nominato invano, soprattutto su di un palco dove quello che si dice deve essere evidente.
Su di un palco quello che si fa e si dice acquista la dote di cosa possibile da fare.
Per questo gli attori su di un palco hanno un’etica che impedisce, o dovrebbe impedire, loro di compiere atti o dire cose che possono ferire.
 
Per questo gli attori non possono bestemmiare.
 
Io lo feci. Senza volerlo, senza accorgermene, ma con molto mestiere, scandendo bene le parole e pronunciandole come si deve, ad alta voce.
 
Eravamo stati invitati da una parrocchia, nelle prime file c’erano i ragazzi del catechismo e il prete. Fu complicato tentare la rimonta e far dimenticare l’orribile episodio.
 
Tatiana abbandonò la compagnia e di Ciapa L’ondanon si parlò più.
 
 
 
Poi demolirono il consorzio dove facevamo le prove. Ci invitarono a spostarci, ma noi non avevamo un altrove, un luogo, uno spazio.
 
Smontammo il palco per recuperare i pannelli, portammo via più cose possibili.
 
Demolirono tutto per far spazio a un parcheggio. Passando per strada vedevamo i calcinacci dipinti di nero che erano stati le nostre quinte. Spuntavano travi spezzate che prima sostenevano il nostro palco, sembravano ossa fratturate, vederle ci provocava dolore e amarezza.
 
Eravamo consapevoli della fine imminente della nostra avventura.