Alla fine ho dovuto firmare

Alla fine ho dovuto firmare. Anche l’editore ha le sue esigenze, lui crede nelle potenzialità del libro, lo stamperà.

pezzettino di copertina

Trovare l’editore è stato stranamente semplice. Ho chiamato Renato, che ha scritto dei libri, due libri impegnativi e seri, lui sì che sa scrivere, io improvviso.
Ho chiamato Renato per dei consigli. Era da un po’ che non ci sentivamo. Lo chiamo, lui risponde subito “ti aspettavo”. Aveva letto il blog, scrive libri, questo lo sapevo, ma fa anche l’editor, e la mia idea gli piace. Mi parla, mi tranquillizza e mi convince. Secondo lui può essere un buon libro, anzi non scriverlo sarebbe da sciocchi. Così lo scrivo.
Faccio errori, combatto una guerra persa con le d eufoniche, quindi chiedo aiuto e Lucia mi tende una mano, con pazienza controlla tutte le mie bozze, le corregge, mi aiuta a dare il meglio. Poi chiedo a Jenny, anche lei ha scritto due romanzi, tra l’altro per lo stesso editore. Le invio la bozza. La legge in fretta, corregge, mi spiega, mi convince a continuare. Così mi trovo a riscrivere, a modificare e a inserire o togliere. Lo scritto prende forma, comincio a crederci: forse sì, forse posso scrivere un libro.
Ma non sono convinto. Chiedo a Marilisa di leggerlo, controllarlo, esprimere un parere. Lei lo fa, e mi spiega tecniche di narrazione, l’importanza dei dialoghi, la necessità di descrizioni per permettere alle persone di immaginare luoghi, oggetti, scene. Allora modifico ancora, aggiungo, taglio, cucio. Divento un sarto che invece di ago e fili usa parole e virgole, tastiera e video. Il libro cambia ancora, si sviluppa, adesso suona bene, il racconto trova la sua voce, la lettura scivola con garbo.
Ora servono le giuste pause, dare respiro, permettere al lettore di fermarsi a riposare un poco la mente. Ci sono tante cose narrate che mettono fretta e bisogna dare respiro. Allora Sara mette i capoversi, crea le pause giuste, ora il lettore non va più in apnea, ora legge con calma.
Però non mi accontento, voglio fare una cosa bella, metterci del mio, curare i dettagli: se deve essere fatto, almeno che sia fatto al meglio delle mie possibilità.
Quindi cerco uno studio grafico per curare la copertina e un fotografo per la foto dell’autore, che sarei io.
Studio grafico, e penso a Kate, lei lavora come grafica, ha uno studio suo, Noparking. Allora la chiamo, risponde, “ti aspettavo”. Kate mi aspettava, la Kate, quella che scrisse è finita nel 1984, la Kate, che non girò l’Europa e rimase a casa a bruciare magliette. È lei il miglior studio grafico possibile per questo libro. Lei c’era, e c’è ancora. 
E poi Alice, perché Kate ha le idee, ma Alice ha i disegni. Alice e io ci conosciamo da un po’, addirittura ha recitato con me.
“Kate, non serve, con Alice parlo io!”. E così iniziano i casini; Alice vuole gratificare me, io non so una mazza di grafica, non capisco cosa funziona oppure no. Alla fine, con timore, torniamo da Kate, Alice e io. Kate mi guarda con rimprovero, “se stavi zitto era meglio”. Ha ragione, così mi siedo e taccio. Affido a loro la copertina. Alla loro fantasia, alla loro competenza. La copertina viene fatta, a mia insaputa. Non mi tengono aggiornato, neanche mi consultano, ma alla fine, con sofferenza, una sera mi arriva un whatsapp di Kate “sei pronto?”, “sempre” e mi arriva, non subito, devo patire ancora una decina di minuti. Arriva il disegno, la copertina. 
 
Ma non è una copertina, quello che vedo è la sintesi del libro, in un disegno c’è il contenuto. La leggerezza, la comicità, la tristezza, il teatro. Perfetta, non esiste altra parola per descriverla questa meravigliosa copertina. Ecco un’altra cosa che ho imparato, lascia fare a chi sa e porta pazienza.
Poi arriva il giorno in cui devo passare all’editore il lavoro, firmare il contratto ed entrare nella fase di editing.





L’editor Renato ora deciderà cosa tenere, cosa cambiare, magari non vanno bene le modifiche, magari ci sono ancora delle d eufoniche sopravvissute, magari.
Il giorno della consegna e della firma è arrivato, mi hanno mandato un whatsapp “ci troviamo a Padova Piazza Insurrezione 18.20 domani”.
Così parto, prendo la macchina piccola per parcheggiare meglio, mi prendo anche un’ora di permesso per non arrivare tardi, così arrivo troppo presto. Parcheggio lo stesso in piazza e aspetto Renato, insieme andremo dall’editore.
Aspetto quasi un’ora, poi Renato arriva, sereno, tranquillo, almeno uno dei due è calmo.
Andiamo in Piazza della Frutta, Bar Margherita. Trovo l’editore, ci sediamo, ecco il contratto, lo firmo, beviamo uno spritz. Due parole rapide. Renato ha già parlato di me e del libro all’editore, sa tutto, gli piace, possiamo andare.
In due minuti torniamo in Piazza Insurrezione, Renato mi saluta, vado a pagare il parcheggio.
È filato tutto liscio, nessun problema, inserisco il biglietto per pagare, sono due ore che sono lì. Abbiamo parlato quindici minuti. La cassa automatica mi mostra la cifra da pagare: mi viene da urlare, era tutto così perfetto, ma perché, perché due ore in Piazza Insurrezione costano 10 €?
Li metterò nella colonna delle spese. Speriamo di pareggiare i conti, almeno.


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