capitolo 6 automobili

Cominciarono ad arrivare le patenti e con esse le macchine. La più usata dal gruppo fu la R4 di Loris. Era la macchina giusta per lui. 
Tempo libero n.2 AUTOMOBILI
 
Cominciarono ad arrivare le patenti e con esse le macchine. La più usata dal gruppo fu la R4 di Loris. Era la macchina giusta per lui.
Il cambio della R4 è a fianco del volante: ruotando il polso verso sinistra e spingendo in avanti si innesca la prima.
Io avevo una Dyane 6 rossa, anch’essa con il cambio a fianco del volante, solo che ruotando il polso a sinistra e spingendo in avanti c’è la retromarcia.
Una volta soltanto guidai la R4 di Loris, inserii quella che credevo essere la retromarcia e mi schiantai contro la macchina parcheggiata davanti.
Correva voce che la R4 non perdesse mai di stabilità in curva, neanche sterzando bruscamente ad angolo retto. Loris può garantirvi che non è vero, lui lo collaudò capottando con la macchina.

La Dyane 6 era economica, spaziosa e divertente, calda d’estate e fredda d’inverno.
Per evitare che la pioggia entrasse dentro la macchina avevo aggiunto una piccola grondaia sotto il tettuccio, nel lato posteriore. Sostituii i sedili davanti, che erano rigidi, scomodi e non reclinabili. Comperai due sedili di una Simca 1000 da uno sfasciacarrozze. Con l’aiuto di Pio forammo il telaio della Dyane e agganciammo i sedili, imbullonandoli. Aggiungemmo un po’ di sicurezza attaccandoci anche le cinture, visto che la Dyane ne era sprovvista
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Una volta installati i sedili, bastava tirare una levetta ed entrambi si ribaltavano con estrema facilità. Utile se per caso si voleva fare un pisolino, magari in due. Rivestiti con copri sedili bianchi facevano un figurone. La macchina superò anche la revisione, nonostante le pesanti modifiche strutturali. Della Dyane 6 non funzionava il freno a mano, una specie di manico da ombrelle che si doveva tirare verso i sedili posteriori, ma il riscaldamento funzionava sempre. D’estate dovevo riempire di stracci i condotti dell’aria calda.
 
Non correva molto. Una volta ci superò una Fiat 127 guidata da quattro ragazze. Mi convinsero a seguirle, così accelerai oltre le capacità della Dyane. La 127 non mollava e stava davanti a noi. Ai 110 il tettuccio si aprì di scatto, noi, indifferenti, continuammo la corsa. Ai 120 la guarnizione del tettuccio si staccò e ci sbatté in faccia. Ci fermammo.
 
Organizzammo un capodanno in una vecchia casa in montagna. Dietro la casa c’erano tre posti auto creati su tre terrazzini di pietra alti circa un metro l’uno. Per raggiungerli bisognava scendere una stradina. Dopo l’ultimo terrazzo c’era un dirupo. Fui l’unico a parcheggiare su quei terrazzi, sul primo in particolare. La mattina dopo andai a prendere la macchina, feci retromarcia e visto che ero in discesa decisi di non fidarmi solo del freno a mano, e scesi per cercare una pietra da mettere sotto la ruota. Ne avevo appena trovata una quando la Dyane si mosse e cominciò a correre verso il dirupo. Misi il sasso ma la macchina lo saltò via sterzando verso il secondo terrazzo. Lo saltò facendo un volo di un metro. Poi saltò anche il terzo rimbalzando come un pallone. Cominciai a gridare e afferrai il paraurti davanti trattenendo la macchina in bilico sul dirupo.
 
Uscì Capo, mi vide e vide la macchina che lentamente scivolava verso valle. «Aspetta, aspetta che faccio una foto!». Per davvero andò a prendere la macchina fotografica. Poi in tutti riuscimmo a sollevare la Dyane. L’unico danno fu alla marmitta, che era diventata piatta. La tolsi con una pinza e tornai a casa, rombando.
 
Anche Marco aveva la Dyane 6, ma azzurra. L’indicatore del serbatoio era rotto, così girava sempre con una tanica di benzina. Una sera si fermò lungo una strada, con Bigio. Presero la tanica, ma non vedevano bene il buco del serbatoio a causa del buio. Poi cominciarono a versare benzina. Bigio accese l’accendino per fare luce. La tanica si incendiò, Marco si girò di scatto versando benzina su tutta la fiancata e gettò la tanica su una siepe. La tanica scoppiò, la siepe s’incendiò.
 
Partirono al volo con la fiancata in fiamme che si spense col vento.
Da allora la sua Dyane era tinta di azzurro da un lato e nera dall’altroBigio non salì più con Marco.
Poi c’era Fayo, al quale non serviva parlare per farsi capire e portava sempre con sé un’intera contraerea fantastica, montabile in 5 minuti e con dovizia di particolari, che mimava in rapidità. Guidava la Prinz di suo padre. Chiamata Igloo per la sua accogliente temperatura invernale.
 
 
Su tutti emergeva Bigio, soprannominato il Villeneuve dei poveri con la sua Cinquecento blu e tracce di colori vari. La Cinquecento era ad accensione con levetta a fianco del cambio e doppietta obbligatoria per le marce. La tecnica della doppietta era necessaria sulle Fiat, dalla 600 fino alla 126. Si usava prevalentemente per il cambio marcia. Si faceva così: frizione, colpo di acceleratore a vuoto, inserimento marcia ed accelerata. 
 
Quelli bravi la facevano in fretta e senza “grattare”, lui non grattava, era il mago della doppietta. La prima doppietta la fece ancora con il foglio rosa. La macchina era una 126 giallo canarino, che mio fratello ci aveva prestato a sua insaputa. Bigio guidava con me al suo fianco. Uno dei due sudava, e non era quello al volante.
 
Bigio fece una doppietta meravigliosa scalando le marce per parcheggiare lungo il viale dei tredici cipressi del cimitero. Da allora il viale è dei dodici cipressi, ma la doppietta fu memorabile. 
 
Una volta il cambio si ruppe: girava solo in terza. Cambiammo autista e l’auto fu affidata a Fayo, il più audace tra noi. Organizzammo due auto pattuglia con lo scopo di bloccare gli incroci, le rotatorie non erano ancora state inventate. Arrivati agli incroci qualcuno scendeva di corsa bloccando le corsie, tutti si fermavano curiosi in attesa di vedere cosa succedesse. Rombando alla massima velocità possibile, per una Cinquecento in terza, Fayo arrivava sgommando e correva oltre, subito inseguito dalle due auto civetta, tra le invettive degli altri scioccati automobilisti costretti alla sosta.
 
Bigio uscì di strada varie volte, una volta anche a carnevale, vestito da giullare.
I soccorritori videro il viso bianco, e pensarono fosse svenuto, lui si girò, videro il viso rosso e pensarono di svenire. Con la bella cugina triestina, si schiantò a bordo strada, donandole in ricordo un piccolo sfregio su quel volto incantevole.
 
Ruppe i freni e spinse la macchina di un amico oltre lo stop, ma lui si fermò giusto sulla riga, il suo amico addosso un furgone che passava.
 
Per salutare un amico parcheggiato a bordo strada, volle avvicinarsi alla sua Dyane 6 e rigò tutta la fiancata della macchina ferma. L’amico lo accolse molto festosamente.
 
Corre voce che la sua macchina fosse fatta di una parte di lamiera, una di stucco da carrozziere e una di cartapesta.
Ma tutto venne interrotto dall’arrivo delle cartoline gialle. Lo Stato si accorse di noi.

Teatro n.2
Il nostro magnifico mondo incantato, fatto di feste, viaggi e palcoscenico, esisteva parallelo a quello reale. Erano due distinti universi, non in contrasto e neanche in opposizione. Quasi due stanze attigue della stessa casa. Ci muovevamo con indifferenza passando da una all’altra senza mai pensare che, un giorno, una delle due porte si sarebbe chiusa. Il mondo reale indugiava su di noi, ma sempre più spesso inviava dei messaggi. 
 
La realtà ci spedì, attraverso il ministero della difesa, delle cartoline gialle. Con l’effetto di deprimere alcuni.
 
Per superare la depressione della chiamata, Gnagno e Fayo si ritirarono in meditazione, in un appartamento di Gnagno, al mare. Invitarono anche me.
 
Il mare d’inverno, secondo Loredana Bertè, è romantico, secondo noi d’autunno è triste. Arrivammo muniti di sacchi a pelo. L’appartamento era senza mobilia e senza riscaldamento, ma c’era l’acqua, la corrente elettrica, una lampadina. Rimanemmo lì un po’ di giorni. Parlavamo tra noi, sbranavamo polli allo spiedo con le mani, accampati sopra fogli di giornale per non sporcare la moquette. Cercavamo di superare la malinconia. 
 
Il mio compito era quello di supporto, la naja non mi riguardava, per il momento: avevo fatto domanda di obiezione di coscienza.
Anche Ivano e Bigi fecero domanda, ma le loro famiglie, con garbo, li convinsero a ritirarla. Ivano si ritrovò aviere. Si poteva riconoscere l’angolo della camerata dove dormiva anche da fuori della caserma. Sul suo balcone approfondì gli studi di erborista autodidatta dedicandosi alla piantagione in vasetti di erbe aromatiche. Di una in particolare, a dire il vero.
 
Il destino di Bigi fu diverso. Fosbury, nel 1968 insegnò una tecnica di salto che Bigi scoprì essere adatta a lui. Quindi passò la naja allenandosi, da sdraiato. Quando toccava a lui saltare, si alzava, correva e con un bel Fosbury superava l’asticella. Alla fine non rimpianse molto il mancato servizio civile.
 
Ci chiesero un nuovo spettacolo.
Accettammo, anche perché Ivano confidava nel fatto che la naja la stava facendo vicino a casa. Così si fece. Provavamo da Loris, allestimmo un insieme di gag e parodie. Per la serata della prima tutti i militi tornarono in licenza e salirono sul palco. Dato che il Lux era chiuso, non si sapeva bene dove recitare, visto che era inverno, ma arrivò un circo.
 
Un piccolo circo a conduzione familiare, dove il cassiere diventa clown, poi giocoliere, poi mago ed infine acrobata. La moglie era domatrice di un pony, di un cane e di una capra. La figlia passava negli intervalli a vendere da bere, poi con il pony a farlo cavalcare dai bambini, e poi con un grande pitone albino a fare le foto con la polaroid. Ci furono molti intervalli, ed ogni cosa aveva un prezzo.
Erano artisti girovaghi e vivevano alla giornata, così accettarono volentieri l’affitto per una sera, probabilmente guadagnandoci.
 
Lo spettacolo iniziò con Ivano e due palline da ping pong. Nessuno sapeva cosa avrebbe fatto, così lui lo fece. Lasciò cadere le palline che rimbalzarono sul palco poi caddero.
 
«Mi sono cadute le palle» furono le sue prime parole.
 
Il presidente della biblioteca le raccolse, con il sospetto di essere caduto in un tranello. Recitare in un circo è strano, non hai la gente davanti, ma dappertutto, devi girarti e agire per tutti. Per cambiarci i costumi dovevamo uscire dal tendone, entrare in un torpedone che per metà era senza sedili. C’era una lampadina appesa in mezzo a quella strana corriera, e con quella poca luce ci arrangiavamo. Legato davanti al torpedone un cane lupo faceva la guardia. Era abituato ai circensi e considerava noi degli intrusi o dei ladri, forse il suo pasto. Abbaiava ferocemente ogni volta che salivamo e scendevamo dalla corriera. Alla fine fu utile come segnale l’arrivo degli attori per il presentatore.
 
Gnagno e Fayo erano in licenza, così li inserimmo nella scena finale: una parodia di Cenerentola. Gnagno fece Cenerentola al ballo, vestito azzurro, parrucca nera e occhiali da sole, Fayo il valletto del principe, Capo il principe. Dopo il ballo il principe triste con in mano uno scarpone anfibio cercava la sua principessa. Nel farlo si faceva aiutare dal valletto. Con una carriola i due passarono tra la folla requisendo le scarpe al pubblico. Alla fine svuotarono varie carriole sul palco e finì così, tra l’imbarazzo di tutti. 
Evitammo il lancio di scarpe e costringemmo il pubblico a frugare sopra il palco tra le scarpe di sconosciuti, un successo.
Gli amici erano felici per noi, alcuni, ad esempio mio fratello Giannino, davano suggerimenti, erano contenti e divertiti, in qualche modo volevano partecipare.