capitolo 3 Edmondo de Amicis

Edmondo De Amicis nel 1886 scrisse Cuore. Dentro quel libro viveva Ferruccio, ma Edmondo aveva sbagliato nome: in realtà voleva parlare di Ivano.

Punto di riferimento n.2 IVANO

 
Edmondo De Amicis nel 1886 scrisse Cuore. Dentro quel libro viveva Ferruccio, ma Edmondo aveva sbagliato nome: in realtà voleva parlare di Ivano.
 
 
Ivano, per noi, non è un nome, ma una linea di pensiero. Le sue massime, tra cui poggiano sul nulla le basi della tua esistenza hanno riempito la nostra esuberante adolescenza, senza mai capire cosa volessero dire. La sua canzoncina “vorrei vorrei una casetta e poi, vorrei una comune per star con voi…”,con lo strano finale “cloaca donde vien for la caca colore del moca cacao cacao …”, ci portava a credere di essere un gruppo indistruttibile
 
Ivano d’inverno indossava un cappottino corto a spina di pesce nelle tonalità del grigio, sotto, una giacca di velluto marrone a coste, d’estate si toglieva il cappotto. Capelli rossicci e ricci, molto ricci, la faccia spruzzata di efelidi. Poeta bohemien di provincia, scrittore del paradosso.

Assoluto, incomprensibile, gabbiano che, alla faccia di Jonathan Livingston, volò verso l’infinito e oltre insieme a Buzz Lightyear di Toy Story. 

 

 
 


Inventò il laidismo, corrente di etica villico-scic, che venne seguita da molti e della quale si scrisse un piccolo manuale: Laidismo origini e sviluppi, ovvero la risposta del gruppo selvaggio al galateo.


Fu anche scrittore di poesie nel libro Inanis Cogitatio, pensiero vuoto, libro auto prodotto in tre: Ivano, Bigi ed io.


Ventidue copie vendute, riuscimmo a pagare la carta, rigorosamente riciclata.


 

Era il 1983 nevicò moltissimo, l’intero paese fermo, silenzioso e candido.


Camminavamo, Ivano con il suo cappottino grigio a spina di pesce e un foularino al collo per il freddo, e io al suo fianco. Indossavo dei doposcì dalla provenienza incerta, bianchi a disegni azzurri, un po’ più grandi del mio piede, imbottiti in punta con del cotone e l’inseparabile impermeabile nero, dal tessuto strano che emanava cangianti riflessi blu-violacei.

Sotto l’impermeabile un maglione di lana a collo alto, con le trecce sul petto, fatto con i ferri da mia madre. Usavo quei maglioni nonostante il prurito. Quando si infeltrivano mia madre li disfaceva, per poi ricostruirli, simili. Senza saperlo indossavo sempre la stessa lana, che pungeva sempre allo stesso modo. Ultimo accessorio, una sciarpa di lana lunga due metri, a volte bianca, che mi circondava le spalle. Nel suo passato, probabilmente era stata un maglione.

 
Parlare di Ivano significa parlare di Biblioteca. Li si passavano i pomeriggi a leggere i giornali, o meglio Il Giornale e Repubblica, discutendo di film, politica e libri. A volte in compagnia di Mara, la bella, brava e paziente bibliotecaria che ci offriva pure il caffè. Discutevamo di tutto senza parlare mai di calcio o di donne. Eravamo ribelli convinti ed intellettuali approssimati. I pomeriggi passavano leggendo Sartre, Fromm, Bucowski, Kafka, Kundera e molti altri anche se qualcuno del gruppo, non visto, leggeva i fumetti di Asterix e Mafalda.

                                                       



L’imperatore degli scrittori era Hermann Hesse: Siddharta, Il lupo nella steppa, Narciso e Boccadoro o Il gioco delle perle di vetro. Essenziale leggerli. E poi Il Profeta di Gibran Khalil Gibran, lo citavamo tra noi come nelle osterie si batte il fante e si tirano sacramenti. Le sere si passavano al bar Liolà e quando il bar era chiuso suonavamo il campanello all’appartamento del proprietario che ci viveva sopra. Entravamo in casa e ci offriva caffè, e i tramezzini avanzati del giorno prima. In effetti c’era anche un altro motivo per andare a trovarlo, sua moglie Roberta sperando di incontrare anche la sorella gemella Silvia.
Quante fantasie riguardo alle gemelle, piccoline, lunghi capelli ondulati, molto simpatiche e disegnate da Milo Manara.

 

Ivano inventò il Laidismo, il Laidismo poi si estese a tutti.

Tutto ebbe inizio con il lancio, da parte sua, di alcuni peli inguinali, i suoi, verso il tramezzino di uno del gruppo al Liolà. La reazione fu immediata: gettando sul tavolo il tramezzino, l’affamato avventore esclamò «e adesso mangiatelo tu!».
Ivano non si limitò a mangiarlo, prima raccolse il ciuffetto di peli, aprì il tramezzino e lo farcì. Lo mangiò, con calma e assaporandolo.
«Sei un maiale!»
«Per cortesia non offendere, sono solo un laido.»
Non sapendo bene cosa significasse, al momento nessuno recriminò. Più tardi si giunse alla comprensione e diffusione del Pensiero Laido fino a che si estese a una specie di filosofia di vita, o di atteggiamento sociale.

 

Fu sconcertante.

 

Nacque l’idea di organizzare una cena laida, ne fu fatta una, e poi l’ultima a casa di Schizzo.
Accaddero cose che provocarono la fine di quella filosofia di vita, anche se un breve strascico riemergeva ogni tanto.
 
Alcune scene della cena si possono raccontare.
Non sapendo dove mettere il formaggio grattugiato venne scelto di usare la mia scarpa da ginnastica destra, la sinistra, per il momento, rimase allacciata al piede.
Naturalmente i lanci dei peli inguinali continuarono, fornendo nuovi ingredienti da inserire in ogni portata, dall’antipasto al dolce. Anche le ragazze partecipavano con entusiasmo alla fornitura.
 
Ivano superò se stesso quando, in seguito ad una improvvisa risata, uno spaghetto, invece di scendere nell’esofago, decise di sperimentare l’uscita del naso. Con la pasta penzolante si avvicinò al bicchiere di Fayo. Sfilò lentamente lo spaghetto, lo sciacquò e lo mangiò. A Fayo non restò che bere il proprio vino accontentandosi.
All’arrivo dello zucchero fu richiesta anche la mia scarpa sinistra.

Quella sera collaudammo per la prima volta il perfetto metodo laido per mangiare un dolce, meglio se secco e senza crema, anzi, obbligatoriamente senza farcitura. Arrivò la torta margherita, preparata con amorevole cura dalla madre di Schizzo, e Ivano impose che ci mettessimo in piedi ed in cerchio.

Contò fino al tre, la lanciò in aria e tutti, a mani nude, si protesero per strapparne un pezzo.
La torta non raggiunse terra, venne dilaniata in aria. Da allora si fece sempre così con torte pasquali, colombe, pandori, panettoni, nostrane fregolotte.

 

Ivano fu anche il nostro erborista, rollava e degustava erbe che prima faceva seccare con cura appendendole sui fili da stendere nell’orto di casa.

Collaudò tutti i tipi di tè e tisane che gli fornivamo. Sperimentò gli effetti di piante e fiori da giardino miscelandole con cura. Rimase piacevolmente soddisfatto delle foglie di fico seccate e macinate. Forse le sue stranezze e le sue bizzarre idee erano provocate da questi esperimenti, sì, in effetti potrebbe essere così

Andavamo a sagre, ma capitava di annoiarci. Sua l’idea di giocare a nascondino, una volta si nascose così bene che alla fine andammo a casa abbandonandolo sul posto. Tornò in autostop a notte fonda e non ci ringraziò mai di questa avventura. Andò meglio a Bigi che fermò una macchina con quattro tipe a bordo, lo presero su tirandolo dentro dal finestrino. Lo rivedemmo una settimana dopo, e non ci ha mai raccontato niente.

 

Non esiste Ivano senza Bigi, i gemelli diversi, eppure simili. Il secondo gigante del gruppo, di 2 centimetri più basso di Loris, comunque imponente.

 

Lui, la sua vespa 125PX bianca e la sua giacca a vento imbottita color grigiazzurro.

 

 

Un sognatore o meglio; il sognatore. Dopo le medie Bigi disse: «Io vado a lavorare, col cazzo che vado a scuola», un anno dopo: «Io vado a scuola, col cazzo che vado a lavorare».


Andò a scuola, e non si mosse più. Ora insegna.


Bigi e Ivano si capivano, erano l’isola del gruppo, un po’ staccati da tutti, un po’ alla deriva, o a seguire l’onda. Una sera d’inverno uscirono tardi dal Liolà, il paese vestito di nebbia, per proteggersi dal freddo. Stavano per salutarsi quando entrambi fissarono una strana luce sospesa nell’aria. Immobile e nello stesso tempo viva. Pulsava bagliori rossi con ritmo costante.
«Bigi, guarda, cos’è?»
«Un ufo, un ufo, sono arrivati!».
Tornarono al Liolà dove era rimasto solo il proprietario.
«Vieni, vieni a vedere, c’è un ufo.»
«Sono arrivati, cambia tutto, tutto cambia.»
«Era ora!»

 

Non era un ufo e non cambiò nulla, tranne il numero di birre che da quella sera poterono bere al Liolà.

 

Era la luce di sicurezza sopra la torre dell’acquedotto.
 
Il mondo del gruppo invece cambiò veramente con un gesto, quando Ivano piegò il braccio sinistro afferrandosi la nuca, con la mano destra iniziò a girare una manovella inesistente che poteva essere conficcata nel gomito sinistro. Inventò una fantastica cinepresa. Ci riprese per gioco e cominciammo a creare storie, movimenti e situazioni, adeguando il tempo delle azioni alla velocità della manovella immaginaria, muovendoci in sincronismo perfetto con la sua mano. Creavamo duelli schivando pallottole, precursori dello slow motion.
 

Prima di Matrix, prima dei fratelli Wachowki, molto prima che diventassero due sorelle. Sembrava quasi che il tempo si fermasse per davvero, e i nostri corpi vivessero un ritmo proprio, accelerando o rallentando le nostre azioni.

La fantastica cinepresa scatenò la fantasia di tutti ma in particolare fu con Capo che agì come detonatore di potenzialità inespresse.

 

Punto di riferimento n.3 CAPO

Il suo nome non esiste, esiste Capo. In realtà non c’era solo lui con noi, ma anche la sua famiglia, il burbero e bonario papà, la dolce e molto credente mamma e la sorella Capa. La mamma di Capo, quando c’era un pellegrinaggio a Medjugorje, si faceva sempre portare a casa acqua benedetta a taniche, da usare per fare tisane e tè ai figli.
Anche a noi capitò spesso di bere quel tè benedetto.

 

Sperava che questo servisse a tutelarci dal maligno.

 

Ma il maligno si manifestò la prima volta proprio con Capa. Era piccolina a quel tempo, in quel villaggio A.C.L.I. di case simili tutte abbracciate in cerchio tra loro, a formare una grande rotatoria. Al centro un’aiuola a forma di otto.

 



Lì ci trovavamo tutte le sere d’estate per giocare. Uno dei giochi che ci piaceva era il nascondino a coppie: un ragazzo, una ragazza. Chissà perché ci piaceva tanto. Fu per colpa di Seba che lo giocammo l’ultima volta.

 

C’era un salice piangente con i rami sporgenti che dalla recinzione in cemento arrivavano a terra. Erano fitti e creavano uno spazio a mezzaluna adeguato a nascondere due persone: la coppia Capa e Seba si nascosero in quella nicchia.

 

Terminata la conta tutti rimasero zitti e nascosti. Fino a quando il silenzio fu rotto dal grido di aiuto di Capa «mamma, Seba mi ha messo la mano nella mona!!!».

 

Nel dialetto veneto mona ha vari significati, è la definizione di persona sciocca o tarda, te si mona, l’è on mona, ma anche di persona simpatica: non sta far el mona!

 

È il posto dove si mandano le persone antipatiche: va in mona! ed è anche un luogo dove andare, ma con doppio significato: il primo riferito a persona che ha avuto una crisi, anche economica, l’è ‘ndà in mona, il secondo con stessa pronuncia ma col significato di azione riproduttiva. Infatti è anche un luogo anatomico di proprietà delle donne di cui l’uomo gradisce l’usufrutto. In effetti, nel dialetto veneto la parola mona è versatile ed è fondamentale, più delle bestemmie usate come semplice punteggiatura.


Dopo l’esclamazione di Capa andammo tutti a casa e non si giocò più a nascondino in coppie. Seba non venne più salutato per mesi e venne mandato in mona e definito tale per lungo tempo..


Capo sa raccontare barzellette come nessuno mai. In particolare il suo pezzo forte è una storiella che apre immediatamente le porte degli inferi a chi la racconta e a chi l’ascolta. Non basterebbe una cisterna di acqua benedetta di Medjugorje per purificare chiunque la ascolti.
Non è volgare, non si riferisce al sesso, ma è esplicito linguaggio blasfemo, dove all’inizio si rimane impietriti, poi trasportati in modo irresistibile nelle scene raccontate. È il breve, ma a volte lungo, racconto notturno di una persona che non riesce a dormire a causa di un molestatore che continua a suonare il campanello.

 

 

 

La trama è inesistente, un semplice pretesto. La parte centrale del racconto è la quantità di bestemmie, di un solo tipo, che poi muta nel finale. È una cosa irresistibile che nessuno potrà mai ascoltare, tranne pochi e scomunicati amici.

 

 

 

Capo una volta ci accolse tutti a casa sua perché era da solo. Organizzò una specie di cena con tanto di grigliata, e la nostra versione di sangria ricca di gin, vodka, vino rosso, frutta, ginger, tracce d’acqua. Così tanto alcolica che uno di noi si ubriacò mangiando la frutta. Questo fu il primo degli errori, l’altro fu di non restare all’aperto. Arrivò il dolce, che come di consueto fu lanciato in aria dentro casa. La cucina non era molto grande e non fu facile sbranare al volo la torta, urtammo la mobilia, qualcosa si ruppe. In preda al panico Capo urlò «basta! io devo viverci qua dentro.»

 

In colpa, e per sottolineare la nostra amicizia, ci scatenammo in un feroce e gridato «e per Capo IP! IP!!..»

 

Quel giorno nacque un nuovo grido di battaglia, purtroppo per Capo.
Non so chi fu il primo, né perché si decise di sostituire l’hurrà!!.

 

Forse Capo aveva raccontato la sua famigerata barzelletta, oppure avevamo bevuto troppa sangria e dopo «e per Capo IP! IP!!» tutti in coro gridammo a pieni polmoni il bestemmione della barzelletta. La bestemmia urlata salì dritta verso il cielo come un missile terra/aria, poi esplose ricadendo sul vicinato.
 
Il villaggio A.C.L.I. non è molto grande, tutti conoscono tutti e la famiglia di Capo è notoriamente, o almeno era, timorata di dio. Quel feroce bestemmione gridato al cielo da un gruppo di scalmanati adolescenti fu sentito da tutti.

 

Da quel giorno ci guardarono con feroce e benedetto rimprovero.

 

Nell’elenco delle sue doti, molte a dire il vero, non compariva l’affidabilità.
Avevamo una data per un nostro spettacolo in un teatrino della nostra città. Non era stato facile convincere la signora Assessore, eravamo più giovani che noti, ma stavamo crescendo. Alla fine avevamo ottenuto la data.
Purtroppo, un paio di settimane prima dell’evento Capo ci comunicò che non poteva assolutamente esserci, che era molto dispiaciuto ma un imprevisto grave non gli consentiva di partecipare.

 

Con rassegnazione ci toccò chiedere un incontro all’Assessore che ci aveva invitati.  Le donammo un mazzo di fiori e ci scusammo per l’imprevisto dovuto a gravi impegni di uno di noi non sostituibile.

 

Oltre a raccontare barzellette sacrileghe e recitare, Capo suonava la batteria.
La sera dello spettacolo saltato, il gruppo si riunì comunque e andammo in un locale. C’erano quattro tipi che suonavano. Non conoscevamo il chitarrista, né il bassista e neanche il cantante, ma il batterista sì.
Non fu la prima, né l’ultima volta che ci fece arrabbiare, ma fu la più irritante.

 

Lui a rullare la batteria e noi in piedi, a due metri, che lo guardavamo con le mani in tasca. Ci sorrise, timidamente. Avremmo voluto fratturarlo.

 

La trasformazione di Capo avvenne con la fantastica cinepresa. La bestia da palcoscenico che era in lui esplose. Incontenibile, estrosa, irrefrenabile.

 

Per questo gli era perdonato tutto, la sua simpatia lo salvò mille volte dalle vendette e dai rancori.

 

Come tutti poi Capo si innamorò. Capita di litigare, ma a tutti capita di cercarsi di nuovo. Capitò anche a lui, ma fu un disastro. Arrivò a mani vuote alla sua porta per conciliarsi, e vide un mazzo di fiori posato su una sedia.

                                      

Pensando di essere gentile nel raccoglierlo e consegnarlo, suonò il campanello. Lei aprì, vide l’enorme mazzo fiorito, si illuminò e gli occhi si un’inumidirono, accorse sua madre, «Ohh Capo, che mazzo meraviglioso, non dovevi, che caro ragazzo».
Lei passò il mazzo alla madre si avvicinò e gli prese le mani. «Ma c’è anche il biglietto, che carino, prendi leggilo».
Questo non era previsto: il biglietto di Interflora con affetto e simpatia Roberto no, non era previsto.
Non si seppe mai chi fosse Roberto, ma cosa successe con il suo biglietto sì.
Non fu una bella reazione, la porta si chiuse in fretta tra lacrime e grida poco educate di madre e figlia riferite a Capo, in particolare alla sua testa e alla sua faccia.
 
Tempo dopo tentò un nuovo approccio pacificatore ed inviò un amico fidato con il compito di agire da mediatore.

La mediazione funzionò meglio, molto meglio delle più rosee aspettative, infatti i due si sposarono. No, non Capo, ma la ragazza dei fiori ed il suo amico mediatore.

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