capitolo 11 Matrimoni

Viaggiare, recitare e costruire commedie non impediva i contatti tra i sessi, amavamo il teatro, certo, ma anche i nostri ormoni avevano le loro esigenze.
 
 
Uno di noi, Toni Pollo, aveva dei capannoni in disuso, ma attrezzati per allevare appunto dei polli.
Al loro posto, per un periodo, allevò noi.
Organizzavamo feste lavorando come dei matti, un vecchio carro faceva da palcoscenico, dove Capo ed i suoi amici potevano suonare; le famose colonne falsamente ignifughe di Gnagno servivano per creare un angolino tranquillo dove mostrare la collezione di farfalle alle ragazze.
 
Per chi c’era, si inventavano gag non provate, a volte costruite al momento; in alcuni casi ci veniva chiesto di replicare qualcosa, allora ci divertivamo a scambiarci i ruoli; e poi feste di carnevale con costumi artigianali ma efficaci.
 
 
In una chiesa sconsacrata organizzammo lo S-clero-party: tutti rigorosamente vestiti da preti, suore, frati, sopra l’altare il dj, vestito da vescovo con tanto di mitra e bastone pastorale.
Non ci fecero più entrare e abbiamo il sospetto che, dopo che ce ne andammo, abbiano fatto benedire più volte la chiesetta, sia interno che esterno.
Spesso cucinavamo chili di pasta in un pentolone gigante di alluminio dalla provenienza incerta, e stavamo lì fino a mattina inoltrata a chiacchierare di tutto.
Al fine di non estinguere la razza cominciammo a progettare i nostri futuri di coppia, arrivarono i matrimoni, ma non ci colsero impreparati: abituati com’eravamo agli eccessi, questi nuovi eventi servirono per esibire le nostre imprevedibili fantasie, con l’effetto di terrorizzare sposi e famigliari.
 
 
 
 
 
Prima dei matrimoni è consuetudine organizzare gli addii ai celibati e, contrariamente a quanto si può supporre, i nostri addii erano tranquilli: cena col festeggiato, partitella a calcio sul piazzale di Monte Berico, depilazione, con schiuma e rasoio bic, dell’inguine del futuro sposo. A seguire la consueta depilazione di Dario.
Dario non si è mai sposato, ma non credo dipenda dai folti e sicuramente ispidi peli inguinali provocati dalle ripetute rasature. Apparentemente non frequentava donne e noi, per simpatia e incoraggiamento, lo depilavamo di continuo.
Poi le nozze: ci furono discussioni in merito all’importanza religiosa delle cerimonie.


 


L’ateismo nel gruppo era considerato un simbolo di ribellione e anticonformismo, Ivano andò oltre definendosi agnostico, e noi ammutolimmo in segno di rispetto. Raffaele difendeva le sue convinzioni religiose ed era del parere che chi si professava ateo non dovesse sposarsi in chiesa. Fino a che qualcuno domandò: «è più importante per un ateo sposarsi in Comune o per una cristiana sposarsi in chiesa?». Così si stabilì che lo sposarsi in chiesa anche per un ateo, o per l’unico agnostico, era considerato un gesto di amore verso la propria compagna. Questo alibi pacificò tutti, nessuno voleva iniziare le nozze con litigi famigliari, con buona pace di atei e agnostici.
Ai matrimoni seguivano gli scherzi: a Paolo legammo il letto con una catena e gettammo la chiave, fu costretto a passare buona parte della prima notte con un seghetto da ferro in mano. Toni mise in posa tutti sui gradini della chiesa, e noi iniziammo a cantare Leon Leon chi non salta l’è un cojon e tutti saltarono, anche i distinti borghesi famigliari della sposa. Toni impallidì, mentre il fotografo riportò la calma ululando e per poco non cominciò a sacramentare. Il pranzo era in una bellissima villa e Toni ci nascose ai parenti mettendoci in un angolino, chissà se lo rifarebbe, dato che dal nostro angolino facemmo il coro cantando La stajon de cagare sui prà a squarciagola, usando i sottopiatti d’argento come piatti da orchestra.
A Sandro nascondemmo pezzi di aringa affumicata dentro le scatole della corrente.
«Si sente il profumo dei mobili nuovi» «E sì, la qualità della vernice, ci vorrà un po’ di tempo perché vada via».
Al ritorno dal viaggio di nozze Sandro chiamò Bigio implorandolo di togliere l’odore impossibile. Bigio tolse gran parte, ma non tutto, anni dopo Sandro trovò mezza aringa dentro la cappa della cucina.
Al mio matrimonio furono clementi: murarono con il polistirolo la porta di ingresso e riempirono di bicchieri colmi d’acqua due rampe di scale; per entrare sfondammo il polistirolo.
Gentilmente ci aiutarono a raccogliere tutte le palline bianche che erano scivolate per i quattro piani di scale, per fortuna avevano tre grandi sacchi di plastica. Raccogliemmo tutto e lo portammo in casa, e Carletto, non visto, con calma tagliò il fondo a tutti i sacchi. Ce ne accorgemmo il giorno dopo, quando, per portarli via, i sacchi si svuotarono riempiendo di palline l’appartamento.
Bigio trovò una carpa viva nella vasca da bagno e fece la doccia col brodo: avevamo messo il Dado Star dentro il soffione della doccia; prima però c’era stata un’intensa discussione tra chi voleva il brodo vegetale e chi voleva quello di carne.
 
Gnagno e Schizzo si sposarono, inventando il matrimonio in due tempi: di giorno in villa con i parenti, la sera con gli amici, birra e concerto rock.
In quella villa avevano girato il film L’infermiera con Ursula Andress e nella piscina lei aveva nuotato nuda, ce lo disse orgoglioso il custode: «In questa piscina Ursula Andress ha nuotato nuda. E io l’ho vista!»
«Beh, ma dopo l’acqua l’avete cambiata, spero» disse Fayo, riportandolo alla realtà.
 
 
 
Noi invece nuotammo in mutande, poi rincorremmo Schizzo tra i parenti, per fare insieme a lei una foto: curiosa la scena della sposa che scappa gridando inseguita da una decina di maschi bagnati in mutande, deve essere l’unica sposa ad avere nell’album del matrimonio la foto da sdraiata con gli amici del marito seminudi.
 
La strategia di Gnagno e Schizzo di organizzare una serata di birra e rock dopo il lungo pranzo in villa con i parenti funzionò, perché tutti noi a fine serata eravamo stremati e senza energia per fare alcun tipo di scherzo.
Bano imparò la tecnica e dopo il suo matrimonio e il pranzo con i parenti ci ritrovammo a casa sua con spine di vino, birra e whisky. I ricordi sono un po’ confusi, tranne uno: le spine del vino e della birra erano affiancate, qualcuno aveva detto che una era birra senza schiuma e l’altra birra con schiuma. Non essendo pratici tutti si versarono da bere boccali di vino e birra.
 
Quando Bigio si sposò, Sandro, memore dell’aringa nascosta, rivendicò il diritto di prelazione sugli scherzi. Riempì la casa di Bigio di sveglie regolate in modo che si mettessero a suonare continuamente per tutta la notte. Ce n’erano in tutta la casa, anche dentro le scatole elettriche, proprio come Bigio ci aveva insegnato. Mentre lui riempiva la casa di sveglie, noi rimettemmo le aringhe nella casa di Sandro. Quella notte entrambi si pensarono.
 
Poi toccò a Capo.
Era difficile mettere a disagio Capo poiché in qualche modo, grazie alla sua simpatia, era sempre in grado di uscirne, ma si sposò anche lui e noi lo attendemmo al varco: la chiave di casa era stata affidata a sua madre con l’ordine perentorio di non consegnarla a nessuno, e lei il giorno stesso chiamò Gnagno e gli consegnò la chiave.
Al taglio della torta era prevista una musica romantica, Capo e la moglie dovevano afferrare insieme un coltello e tagliare una fetta del dolce millefoglie costruito a piramide. Ciano cambiò musica e partì la sigla di Sandokan. Capo non si scompose, sciolse la cravatta, se la legò attorno alla testa, prese il coltello, saltò sul tavolo e affrontò la torta con l’impeto di Kabir Bedi quando caccia la tigre; così vinse la prima schermaglia.





Quando i camerieri servirono agli sposi le fette di torta nei cassetti dei comodini della loro camera gli occhi della tigre divennero occhioni da micetto impaurito, ma il colpo di grazia venne dopo il dolce, quando improvvisammo un intervento chirurgico: vestiti da chirurghi, armati di improbabili attrezzi da ferramenta, afferrammo Capo e lo stendemmo su di un tavolo, le tende della camera nuziale furono usate come telo per coprirlo. Per rendere più splatter la scena uno dei chirurghi piantò un coltello sulla pancia di Capo, avevamo messo una tavola di protezione e qualcuno spruzzava acqua tinta di rosso su tutti i presenti, a simulare gli schizzi di sangue. Il colore doveva essere a base d’acqua e facilmente lavabile. Ecco, questa fu l’unica pecca, giorni dopo arrivarono vari reclami per vestiti macchiati, mentre le tende candide della camera sembravano lavate al mattatoio. 
 
Tutto questo era un’altra tappa, che indicava un cambiamento ormai prossimo, e cominciammo a esserne consapevoli. Il matrimonio funziona se entrambi rinunciano ad una piccola parte di indipendenza, e in un gruppo senza regole, qual era il nostro, si cominciava a introdurne alcune per amore.

Il nostro piccolo appartamento di coppia, essendo il primo, venne trasformato in una comune. Era normale avere amici che entravano e uscivano. Carletto suonava, entrava in casa, anche se era tardi, salutava, prendeva tre o quattro sigarette e usciva. A volte gli gridavamo di spegnere la luce perché eravamo a letto. La mattina dopo ritornava con brioches fresche a fare colazione con noi.
 
Ma il mondo parallelo che gravava su di noi continuava con garbo a grattare alla nostra porta, e un giorno decise di entrare a forza nella nostra stanza dei sogni. Non si limitò più a bussare, la realtà entrò nella mia vita con una bottiglia di spumante.
Presi dai nostri eventi, coinvolti dalla frenesia della vita, non ci eravamo accorti che attorno a noi si stavano ingrossando delle nubi che prima o poi avrebbero riversato il loro gelido contenuto con la rapidità e la forza di un brusco temporale.

Una sera vennero a trovarci i miei quattro fratelli con le rispettive mogli, entrarono nel piccolo salotto e posarono una bottiglia. Mentre giravano le quattro stanze dell’appartamentino, io stappai e versai lo spumante nei calici, ma i bicchieri rimasero appoggiati sulla piccola tavola quadrata.
Avevo intuito che c’era qualcosa di strano. Qualcuno, invece di parlare della casa o del viaggio di nozze, cominciò a parlare di mia madre: non capivo, si parlava di cancro in fase terminale, di quattro anni di malattia, del silenzio nei miei confronti, perché ero l’unico a vivere in casa con i genitori e temevano che, sapendo della malattia, cambiassi il mio modo di essere. Parlavano della fretta di farmi sposare, e che adesso lo sapevo, e che erano dispiaciuti ma mia madre aveva il cancro e doveva morire. E io non mi ero accorto di nulla.
Mi dicevano che si trattava di coliche renali, invece era necrosi dei tessuti, moriva a brandelli, un poco per volta, e io non lo sapevo. Troppo distratto e coinvolto nella passione che ci portava ad esibirci, miope di fronte alla cose più comuni, non avevo colto i segni di quello che succedeva, o forse, ancora peggio, questi segni li avevo ignorati.
Mia madre visse per altri quattro anni, pareva che dovesse morire ma si riprendeva sempre, e continuava a vivere con la dignità di chi impara a sopportare il dolore.
Poi mi telefonarono al lavoro: «Vieni al pronto soccorso con urgenza» e io corsi.
Sapevo che sarebbe accaduto, ero pronto, era ora.
 
Curioso come il destino possa prendersi gioco di noi con stravagante crudele fantasia. Non ci si può preparare veramente al futuro. Proviamo a costruirci una rete di possibilità, ma quando questo sostegno razionale cede, ti ritrovi supino e schiacciato, senza altra possibilità che la rassegnazione.
 
Non c’è un modo giusto per dire che una persona è morta, non esiste un metodo per rendere meno dolorosa una perdita. «è morto Giovanni, ha fatto un incidente due ore fa».

Capita di avere i brividi di freddo, o di paura, sentire i capelli della nuca che si drizzano, capita di avere crampi allo stomaco, e sentire la pancia che si contrae, capita di non capire dove ci troviamo, magari appena svegli, e capita che tutto questo accada insieme.

Non si trattava di mia madre, era mio fratello, aveva 42 anni.
È come se in una partita di calcio ti tirano un rigore. Tu lo sai che deve arrivare, guardi il pallone e aspetti, sei pronto per pararlo, ma poi qualcuno tira un calcio su un altro pallone e segna. Non lo sapevi, ma hanno cambiato le regole senza dirtelo.
Mia madre morì mesi dopo. Ero con lei mentre agonizzava.
Nei film proiettati al Lux, in punto di morte dicono sempre frasi importanti per la sceneggiatura, parole da ricordare per sempre. Mia madre disse: «che difficile è morire».
Sempre quell’anno, una notte, alle tre e mezza, suonò il telefono. Capitava che ero reperibile, ma non lo ero quella volta, alla cornetta la voce rauca di mio cognato: «dì a Celeste che nostro papà è morto».
Piero era morto nel sonno, aveva superato un intervento molto lungo e invasivo e poi, una volta diagnosticata la sua guarigione, morì nel sonno.

Andai dal medico perché la realtà mi faceva perdere i capelli a manciate.