e questo è tutto quello che ho da dire

Su idea di Ciano, la nostra colonna sonora, decidemmo di organizzare una serata di beneficenza e riproporci vent'anni dopo il nostro esordio.

 

Così a dicembre del 2004, con più panza che capelli, tornammo a esibirci. Iniziò con la proiezione delle prime immagini del nostro esordio: Freeze Frame vibrò ancora dentro al teatro Lux, sullo schermo comparve un atletico Carletto di vent’anni più giovane, poi il telo si alzò, e dietro, con gli stessi vestiti di allora, Carletto salutò il pubblico.
Aveva conservato i vestiti, e in qualche modo riusciva ancora a indossarli.
Il pubblico ci accolse ancora una volta con un applauso fragoroso, rise di gusto alle vecchie gag e anche a un paio di nuovi sketch che avevamo inventato. Forse tra il pubblico c’era anche quella mamma che aveva rotto le acque durante lo spettacolo nel piazzale del consorzio, con il figlio, o la figlia, e magari i nipoti, a fianco.
Dal nostro esordio erano passati vent’anni, e un poco si vedeva.

Ce ne accorgemmo noi stessi durante le prove, in particolare nella gag dei paracadutisti. Si trattava di imitare sul palco le improbabili acrobazie aeree di un gruppo di paracadutisti. Alla fine i paracadute, che erano degli ombrelli, si aprivano. Tranne l’ultimo, che una volta aperto si rivelava un ombrello senza tela, un misero scheletro di ferretti che condannava così il paracadutista a schiantarsi. La scena era carina, facile e semplice, a non considerare il fatto di dover saltellare su una gamba per più di tre minuti. Fu così che, per scegliere gli attori della scena, si adottò un metodo nuovo: Ciano mise la musica e tutti iniziarono a saltellare; quelli che rimasero in piedi recitarono la scena.
 
Non avevamo montato nulla sul palco quella sera, nessuna scenografia falsamente ignifuga. Eravamo noi, il pubblico e il Lux, non ci serviva altro per essere appagati. Lo spettacolo finì, salutammo il pubblico e uscimmo dal teatro. Poi si spensero le luci.
Siamo piante di provincia, e per chi nasce ai margini è tutto più complicato. Andare a scuola in città significava svegliarsi molto presto. Viaggiavamo nel torpedone della S.I.A.M.I.C. Siamo Insulsi A Montare In Corriera, diceva qualcuno. Il torpedone era lungo, una doppia corriera con uno snodo in mezzo per consentire le curve: se ti trovavi nello snodo e pioveva dovevi tenere l’ombrello aperto perché la gomma a soffietto di giunzione tra i due pezzi della corriera era usurata e ci pioveva dentro.Tornavi a casa alle due e mezza del pomeriggio, affamato. Spesso mangiavi la pasta cotta da mezzogiorno. Vedere un film in città non era possibile, almeno fino a che qualcuno con patente, macchina e genitore disponibile a prestarla, ti ci portava. Qualche sera ti ritrovavi alla Casa del giovane a giocare a carte, a flipper o agli antenati dei videogiochi: Space Invaders, Pac-Man, Snake, Pong e altri precursori dell’elettronica. Per ogni gioco un macchinario che emetteva suoni elettronici alla Star Trek. Noi giocavamo a biliardo, un gioco di squadra, adatto alle chiacchiere e alla birra. Ci passavamo le domeniche mattina o i sabati pomeriggio, a volte qualche sera. Per rimanere in contatto scrivevi lettere su carta. Tutto richiedeva più tempo.
Gestire un cinema per noi fu la salvezza. Viaggiare in autostop indicava un disperato bisogno di superare i confini e varcare le frontiere; recitare un mezzo attraverso il quale aprirsi al mondo. I ragazzi di provincia o si adagiavano rimanendo ai margini oppure reagivano in qualche modo. Noi scoprimmo il teatro.
Non fu semplice arrivare ai teatri di città, recitare al S. Marco, all’Astra e in molti altri luoghi. Ci riuscimmo perché piacevamo alla gente. Vincere concorsi a Digione e Parigi, essere invitati come attori a Reims, a Mulhouse in Francia e a Casablanca in Marocco: fu un risultato incredibile per dei ragazzi di provincia senza sostegni e senza denaro da nessuno che non fosse il nostro pubblico.
Abbiamo girato l’Europa in autostop perché avevamo fame di emozioni e sete di libertà, sogni e desideri comuni. Ci siamo cercati e trovati formando un gruppo; i gruppi si formano in base agli interessi. Tutti noi tendiamo a raccoglierci attorno al fuoco comune delle idee, del divertimento e dei pensieri. Il fuoco attorno al quale ci riunivamo noi era la fantasia, il tentativo di fare qualcosa di memorabile, di costruire e di vivere una storia, sfidare l’impossibile solo perché potevamo farlo. Avevamo l’esigenza di stare tra noi e non riuscivamo a riconoscerci nei modi dei nostri coetanei, almeno quanto loro non si riconoscevano nei nostri. Stavamo nel mezzo, nella nostra isola che non c’era, costruendola. Tra i Funghi, con i capelli a caschetto, che andavano in discoteca a ballare con la musica afro e a cercare ragazze e canne, o i Paninari, sportivi elegantini con le loro Timberland, i loro Moncler e qualsiasi altro capo firmato, che passeggiavano per il centro mostrando la loro bellezza e dedicandosi al consumo nei primi Fast food che cominciavano ad aprire in giro.
Questo non ci appagava, noi eravamo altrove.
E mentre i nostri coetanei ballavano, o si rimpinzavano al Burghy, noi ci trovavamo a discutere di Chaplin, a parlare di Don Milani, a guardarci i film di Billy Wilder. Non c’era un confronto con gli altri, non c’erano buoni o cattivi, giusto o sbagliato. La scelta non avvenne per riflessione o per vocazione, probabilmente fu il caso a farci incontrare, lo stesso casuale meccanismo che ci fece inventare la fantastica macchina da presa. Forse perché c’era una via che andava percorsa e toccava a noi farlo. Non riuscivamo a contenere la fantasia che ci bruciava dentro: il nostro fuoco era la creatività. Facevamo l’autostop per vivere all’avventura, ma vestiti in modo dignitoso, puliti, da bravi ragazzi. Abbiamo dato un calcio al mondo. Il mondo di certo non se n’è accorto, ma noi sì. Era l’avventura che ci interessava, e delle nostre storie ne parlavamo tra noi, senza vanto, con condivisione, ma per restare nel gruppo cercavamo un ruolo, una maschera che spesso si incollava al volto, e così, spesso, i nostri rapporti diventavano teatrali. Finivamo per agire come se, recitando sempre un ruolo anche quando scendevamo dal palco, quasi che l’intero mondo fosse la nostra scena, senza distinzione tra commedia e realtà. Stavamo vivendo un periodo denso e pieno, senza accorgercene e senza pensare che questa pienezza potesse venire a mancare. L’irresponsabile coraggio di affidarsi al caso ci apparteneva. Per noi era inimmaginabile che, prima o poi, il mondo reale che camminava al nostro fianco, alleandosi con il tempo, riuscisse a smussare la nostra vitalità fino ad ingabbiarci.
Nei fossi usano delle trappole a rete, le nasse, dove il pesce entra e non trova più la via d’uscita. Ecco cosa ci stava accadendo: nuotavamo immersi nel nostro mondo mentre il tempo posava le nasse, dentro le quali ci saremmo incagliati. Non ci fermammo mai a cogliere quegli attimi, per preservarne il calore e l’energia ai quali attingere un domani, perché il domani era oltre il nostro orizzonte. E tutto ci scivolava accanto, mentre eravamo tutti troppo presi da una vitalità frenetica che ci sembrava inesauribile.
Il Pánta rêi della vita ci fece approdare alla nostra Samarcanda, dove il destino di ognuno ci attendeva. Ci scoprimmo adulti e indossammo i ruoli che la società ci offrì. Ruoli che avevamo inavvertitamente contribuito a creare. Il branco si disgregò in individui sociali, diventammo imprenditore, operaio, magistrato, tecnico, infermiere, agricoltore, vigile, insegnante, carabiniere, pubblicitario. Sembrava quasi che i personaggi che ci divertivamo a inventare fossero divenuti reali e si vendicassero di noi costringendoci e vestire quegli stessi ruoli, purtroppo non più per gioco o finzione. La vita portò i frutti del tempo e dosò gioie e dolori, nascite e morti. Provocò ferite e guarigioni. Rimase però un rivolo sotterraneo al quale il branco attinge, e che ogni tanto zampilla ricordi ed emozioni: in quelle occasioni riscopriamo il legame profondo, celato ma non rimosso, che ancora unisce i ragazzi Alluxinati, ricordandoci che ciò che siamo stati fa parte di quello che siamo.

Ora i nostri luoghi non ci sono più. Al posto del consorzio c’è un parcheggio, la casa di Loris è stata demolita per costruire un grande palazzo e un all you can eat. Buffo pensare che in quel palazzo a lungo ci siamo nutriti anche noi, ma di desideri e sogni. Sul tetto ci sale solo qualche antennista, o l’omino di Sky per vendere illusioni da vivere comodamente sdraiati sul divano di casa. Gimmy, con le sue patate fritte nello strutto, non c’è più e al suo posto c’è un altro locale, il Neverland, dove se vuoi puoi ordinare una bruschetta senza aglio, e te la portano. Non so che fine abbiano fatto l’apicoltore nomade o il legionario posticcio, saranno altrove, con una Guinness in mano. Mi piace pensare che assieme a loro, in quell’isola che non c’è, vivano i nostri personaggi, e che per raggiungerli basti fermarsi alla stazione di Montecalvo, comperare un biglietto da Tamarindo Lopez e farsi guidare da Leopoldo Scortegagna. In quell’altrove potrai incontrare spie con i coltelli piantati nelle schiene, inventori pazzi con la loro Wonderfull Machine, apprendisti angeli in cerca di ali di prima categoria, innocui ubriaconi, eremiti maldestri, camerieri muti e tutti i fantastici personaggi, tutti con il naso in su. Tutti sono con gli occhi al cielo a guardare le evoluzioni dei paracadutisti con l’ombrella, tutti nati al Lux, tutti Alluxinati.


Ogni riferimento a luoghi e persone NON È puramente casuale, altrimenti come avrei mai potuto scrivere tutto questo?
 
 
Tra poco questi post spariranno, o diventeranno qualcos’altro. Solo un ricordo, o un libro,  o uno spettacolo vedremo.
 
 
Ringrazio chi mi ha supportato e sopportato in questo percorso in particolare Lucia che ha tentato invano di spiegarmi le D eufoniche.
 
 
e questo è tutto quello che ho da dire su questa faccenda (cit. Forrest Gump)